SPECIALE THE EQUALIZER – Un giustiziere a New York

Un_giustiziere_a_New_York.png (490×360)Robert McCall è un uomo solitario. Vaga in una New York violenta, ancora non segnata dalla tolleranza zero della cura Rudy Giuliani, una terra di frontiera dove è possibile “osservare l’uomo e le sue degenerazioni”, dove a ogni angolo puoi trovare mafiosi, trafficanti, spacciatori e prostitute, in un crogiuolo da nuova Babilonia.

Ogni scampolo di Far West, ovunque esso sia, ha bisogno del suo sceriffo, ed è per questo che McCall, impassibile ex agente segreto di una misteriosa organizzazione, se ne assume le responsabilità. Lontano dalla reincarnazione cinematografica (e bostoniana) di Antoine Fuqua con il suo working class hero Denzel Washington, Un giustiziere a New York, si presenta oggi come un’opera orgogliosamente e sfacciatamente reaganiana, figlia di un mondo perduto, dove bastavano le note di Stewart Copeland per entrare subito nella Storia.

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Ideata dalla coppia Richard Lindheim e Michael Sloan e trasmessa dalla CBS, la serie ha accompagnato per tutta la fine degli anni ottanta il pubblico americano, arrivando anche di sfuggita nelle televisioni italiane. The Equalizer (l’equalizzatore), vede un protagonista ben diverso dalla star Washington, con i suoi tic ossessivi e il suo camice da commesso del Walmart. Con un impassibile aplomb british e un guardaroba da far invidia a un membro di Westminster, il glaciale Edward Woodward sembra uscito dalla versione originale di House of Cards piuttosto che da uno dei più solidi procedural della tv statunitense. L’attore inglese (recuperato recentemente da Edgar Wrigth nel suo Hot Fuzz), infatti, pur apparendo in ogni scena un pesce fuor d’acqua, assume sulle sue spalle l’onere gli onori di difendere New York, cercando in ogni occasione di portare equilibrio nelle periferie più disastrate della grande mela.

Pur ostentando generosamente il suo fascino anni ottanta (la sigla meravigliosa, quasi figlia dell’estetica videoclip della giovane Mtv) è sempre rimasta una fortunata opera di nicchia, surclassata dall’esotismo di Miami Vice o la goliardia dell’A-team. Un giustiziere a New York, pur con il solido e solito nugolo di guest stars (Robert Davi, Tomas Milian, Fred Williamson e Robert Mitchum i nomi più iconici coinvolti) e la ricerca insistita di momenti leggeri affidati al comedian di turno, non riesce a togliersi di dosso un’ineluttabile disperazione fatalista di fondo ben rappresentata dall’alienazione (quasi sociopatica) del suo protagonista.

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Più vicino alle atmosfere estetiche dei fratelli Scott e di Walter Hill che ai prodotti televisivi dell’epoca, il serial conserva un’eredità sotterranea arrivata fino ad oggi, dal noir Harry Brown con Michael Caine al Person of Interest di Jonathan Nolan e J.J. Abrams. Certo, all’occhio allenato e smaliziato del pubblico d’oggi, un’opera genuinamente manichea come Un giustiziere a New York, con il suo reazionarismo naif e il suo epos dei vigilantes, risulta indigesta e poco attrattiva, affasciante solo per pochi eroici cultori del genere. Intelligente dunque risulta l’operazione di traslazione fatta dallo sceneggiatore Richard Wenk, capace di conservare l’anima vintage per riadattarla nello spirito contemporaneo, ben supportata dalla scelta di affidare il tutto, a scapito delle prime scelte Crowe e Refn, al duo Fuqua-Washington. I corpi e le menti perfetti di una versione che, nel suo assoluto tradimento, trasmette un’incredibile e sincera fedeltà all’originale.