SPECIALE "The New World" -L'impero del senso: The New World di Terrence Malick

The New World. Il nuovo mondo. Ci abbiamo anche provato ad immaginarlo prima di vedere l'ultimo Malick. Ma niente da fare. O meglio, tanto, troppo da dire, scrivere, immaginare, supporre. Come naviganti solitari avvezzi alle asperità del mare e alla durezza del viaggio, non siamo indietreggiati, anzi, abbiamo cavalcato le onde sicuri di vedere presto la terraferma. Desiderio realizzato. Scesi dalla nave, ci si è parato davanti qualcosa di vagamente familiare e di perdutamente siderale. Qualcosa che fa male agli occhi, ma che rigenera lo spirito, forme, colori, simmetrie perfette e curve inimmaginabili. Davanti a noi il tutto, dietro una ridente fata morgana che ci attende ancora al varco. Ma non addentriamoci troppo, anzi, fermiamoci un attimo. Al di là dei propri vissuti personali, delle proprie idee sul cinema e dei personalissimi gusti che ci accompagnano in sala, un dato è certo. All'inizio di questo nuovo anno avevamo bisogno di una scossa, sì, di una scintilla che ci svegliasse dal torpore della catena di montaggio vedi/scrivi/commenta. Un qualcosa che ci rimettesse in discussione, che ci dilaniasse punti fermi e ormeggi sicuri. Una visione, forse, che avesse la forza di farci rimettere in viaggio, dimenticando le molli sicurezze del focolare domestico. L'abbiamo trovata in questo nuovo mondo. Che è il quarto film di Malik. Non solo. Che è un'opera sulla scoperta dell'America. Sì, ma non basta. Che è un'esplosione di sensi alla riscoperta della percezione…di Dio? Probabilmente sì, ma siamo ancora lontani dalla meta. Una scheggia impazzita di un immaginario (quello americano) ancora in potenza? Basta così. Per il momento. Urge uno speciale, ma non per accomodare, risolvere, pianificare. Tutt'altro anzi. Per dividere, confrontare, rielaborare. Magari alla fine ne sapremo meno di prima e ne usciremo ancora più confusi, ma è un azzardo che ci va di tentare. Ah, una cosa: dimenticatevi il classico speciale a più voci scandito dalla sola scrittura. Stavolta, ancor più delle altre volte, sentiamo il bisogno di mettere in gioco qualcosa che vada al di là del semplice testo. L'immagine allora. Sarà la protagonista assoluta: vale a dire, non una semplice cornice con cui infiocchettare il pezzo, ma lo spunto iniziale da cui partire, la folgorazione visiva che ognuno sceglierà in base a ciò che più lo ha impressionato del suo viaggio. Il nuovo mondo. Già, ma quale? Quello intravisto inizialmente da Farrell nel momento in cui approda sulle selvagge terre della futura Virginia, o quello inglese civilizzato? E'un fatto di prospettive, di punti di vista… C'è una indimenticabile sequenza in cui Wes Studi, sorpreso dalla m.d.p in un meraviglioso giardino inglese, cammina, guarda, tasta il terreno e si ferma sotto un albero, afferrando una sua fronda. In un'immagine tutto il disagio, l'ambiguità, lo stupore della civiltà, del senso, dell'amore e dello sguardo. E non è che l'inizio. Buon viaggio..