SPECIALE THE WALK – L’inutile bellezza

Un filo teso fino ai limiti del verosimile. Un filo solo che sostenga tutto il peso di una scelta di vita e di un’ossessione. È una scommessa che dà le vertigini, già… Un filo che si appropria dello spazio, che disegna e colma le distanze, unendo i punti, descrivendo inaspettate possibilità di contatto, nuove forme, come in un gioco da enigmisti. Quel filo che si materializza davanti ai nostri occhi è un po’ come il treno che arriva alla stazione di La Ciotat. Ci dà il brivido di un’immagine che svela un’altra dimensione, imprevista. Ci dona l’illusione di una perfezione che sappiamo, però, in equilibrio precario e perciò ci spaventa. Un movimento eccentrico che lascia intuire gli immensi confini del visibile e dell’invisibile. Ma se il treno è l’immagine poderosa e inarrestabile della “conquista industriale di nuovi spazi”, quel filo è infinitamente più leggero, impalpabile, è una specie di entità immateriale come l’idea o il sogno. Pur chiedendo il supporto di una tecnica, è al di fuori dell’industria, non ha logiche produttive, funzione economica. Serve solo a reggere un gesto di “inutile” bellezza.

 

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the-walkPhilippe Petit si sente ripetere spesso che la sua è una sfida anarchica, antisociale. Cosa eccitante. Del resto lo sa: lui è un artista, perciò fuori dai canoni, dai tracciati di pensiero accondiscendenti, comodi e utilitaristici. E quindi, prima ancora di essere un antisociale, è un asociale, incapace di considerare la possibilità stessa di una comunione con gli altri. È rinchiuso in quel cerchio magico che è pur sempre un filo, una linea tracciata a terra che segna la separazione tra l’ordinario e lo straordinario e che non ammette invasioni di campo. Ed è ossessionato dall’idea di questo “spazio sacro” della rappresentazione e della performance: “non invaderei mai il tuo spazio scenico…”. È sempre qui, “in scena” appunto, ma come se fosse in una scatola chiusa, un set impermeabile, dalle pareti spesse. E quindi è sempre altrove, come quando prova i suoi funambolismi sotto una tenda da circo vuota. Per lui, allora, il pubblico non è un interlocutore, non ha senso e non ha diritti, nonostante Papa Rudy si affanni a ripetergli che senza di esso non c’è spettacolo. Per lui il pubblico semplicemente non esiste. È tutto un affare privato. Del resto il funambolo gioca sul suo equilibrio, sul pieno dominio del proprio corpo, è interamente concentrato su stesso… “ed era scomparso Jeff, ed era scomparso tutto…”. Se dovesse affacciarsi il solo pensiero di un’altra presenza, del mondo, cadrebbe giù. Perciò non può che esser solo.

 

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philippe-petit-world-trade-center-tight-rope-walkL’ossessione di Petit è esclusiva. Non ammette debolezze e ringraziamenti. Lo stesso gesto “artistico” è esclusivo, anche se la sua realizzazione richiede uno sforzo comunitario, la collaborazione dei molti che abbiano la testardaggine e la pazienza di aderire al sogno e al progetto di un unico individuo. Al di là delle maestranze, della manovalanza necessaria all’innalzamento dell’impalcatura, all’aggancio ai punti di appoggio, al di là dei tiranti e dei cavi, dei cavalletti e dei bulloni, Petit è solo sul filo, senz’aver nient’altro che la sua sfida, il suo giocare tra il pieno e il vuoto, tra la vertigine e l’abisso. Quel filo che dovrebbe essere il mezzo d’unione, un tramite tra gli spazi, i tempi, le cose e le persone, diventa il luogo in cui il mondo è cancellato, per farsi pura proiezione, puro cinema. È il luogo della solitudine, quindi. Il cavo non connette più nulla, se non la mente e il corpo a una meta che è immaginaria, fantastica, inaccessibile a tutti gli altri. L’anarchia dell’autarchia. Sì, certo, su quel cavo, per un istante, Petit si ricorda del pubblico e concede il saluto. Ma è pur sempre un pubblico indistinto, che non ha forma, un collettivo senza volti, senza nomi, senza più peso specifico, in cui scompaiono i mestieri, i ladri e gli operai, i truffatori e i gli onesti lavoratori. Perciò, sceso dal filo, Petit tornerà solo, come è sempre stato, a interrogarsi sul senso del suo gesto. Che senso ha? È questo il punto e Zemeckis lo sa bene, lui che ha sempre cercato un pubblico a cui raccontare contatti fantastici e viaggi nel tempo. Che senso ha un gesto di inutile bellezza che è destinato a esaurirsi nel ciclo quotidiano? Passeremo tutti oltre, tra la folla, continuando a parlare di prodotti, di cose concrete. Che senso ha camminare tra i margini di due torri che non esistono più? “Hai donato loro un’anima”. Magari… forse l’effimero, qualsiasi esso sia, il cinema o il camminare sospesi a un filo, non serve davvero a nulla. Per questo è un’ipotesi di libertà. La libertà di immaginare, immaginare soltanto, una connessione tra il reale e l’ipotetico impossibile, tra i desideri e il mondo. Di cercare quell’utopia, che non è l’eterno, la vittoria definitiva sulla morte. Ma il luogo in cui, per un attimo, privato e pubblico, il mio sogno e il vostro coincidono in un battito d’occhi, in un respiro mozzato, in un nodo in gola, un colpo al cuore, un abbraccio. Il luogo in cui la solitudine non esiste più.

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