Spencer, di Pablo Larraín

Il film resta saldo, lontano dagli eccessi degli ultimi. Ma anche dalla densità di altri momenti. Il ritratto di Diana è il più giusto, ma, forse, il più ovvio. In concorso, a #Venezia78

Inizia quasi come un film di guerra. Nella calma di una campagna che sembra uscita dai quadri di Constable, una carovana sbarca a Sandringham House, una delle residenze della famiglia reale britannica. È un’invasione surreale. Ma non si tratta di truppe armate. È, semplicemente, l’esercito dei cuochi chiamato a garantire un “felice Natale” ai reali. Che, difatti, come da tradizione, vengono pesati con un’antica bilancia, a uno a uno, all’inizio e alla fine dei tre giorni di festa. Ogni chilo in più è un indizio di felicità e di abbondanza. O, forse, un chilo in più da destinare al macello. Per la principessa Diana, infatti, è una tradizione più che ridicola. Così come ogni regola di protocollo le appare sempre più un’assurda tortura. Il suo matrimonio con Carlo ormai è in crisi irreversibile, tra tradimenti, silenzi e richiami all’ordine. Mentre il suo rapporto con la regina e con gli altri membri della famiglia reale è solo pura formalità, convenzione. Puntualmente messa in crisi dalle infrazioni di Lady D., dai suoi ritardi e dalle sue “stranezze”. Gli unici momenti di tranquillità e spontaneità sono quelli passati con i figli, con una domestica “innamorata di lei” e con lo chef. Per il resto, tutto sembra un complotto, sapientemente gestito dall’ex ufficiale chiamato a garantire l’osservanza del protocollo e la riservatezza della famiglia reale.

Dopo Jackie ed Ema, Larraín continua la sua galleria di protagoniste femminili, reali (in tutti i sensi) o inventate. E trova nella scrittura di Steven Knight un equilibrio decisamente maggiore rispetto agli ultimi film, sempre più inclini alla complessità compositiva e al rischio del groviglio. Ed è un equilibrio che si riflette in una regia che sembra tendere alla linearità, alla misura, all’eleganza compositiva. Come una specie di danza giocata sui cromatismi della fotografia di Claire Mathon, sui movimenti sinuosi e armonici delle carrellate, delle riprese aeree leggere, sulla musica “orchestrale” di Jonny Greenwood. Sì, ci sono le visioni della protagonista, i ricordi che irrompono, gli spaventapasseri riemersi dal passato, i fantasmi personali e quelli della storia patria che si aggirano per le stanze di Sandrigham. Come Anna Bolena, la moglie di Enrico VIII che fu fatta uccidere dal re, per far posto a Jane Seymour. Precedente macabro… E tutto contribuisce a una sensazione di leggera follia, non certo gioiosa. C’è l’immaginazione che ricama sul non detto della vita pubblica e che manda deliberatamente all’aria la convenzione del biopic, nonostante l’esattezza di fondo della cornice e dei caratteri. Ma il film resta comunque saldo, piantato con i piedi a terra, conseguenziale. Ben lontano dagli eccessi e dalle confusioni di Ema. Ma anche dalla densità di motivi di Jackie. Alla fine, si sta su Diana e, quindi, sull’interpretazione appassionata di Kristen Stewart, che trova sponde affidabili in Timothy Spall, Sean Harris, Sally Hawkins. E il ritratto che ne viene fuori è il più giusto, ma, forse, anche il più ovvio. Quello di una donna che cerca di scappare dal suo smarrimento (e il film, infatti, inizia con Diana che si perde tra le campagne del Norfolk), dall’infelicità del suo destino di principessa, oltre tutte le favole da bambina. Che spera di trovare amore e un accordo tra il suo mondo interiore e la sua immagine. Contro la “regola aurea” per cui bisogna avere una doppia identità. Una donna fragile, autolesionista, ma che trova il coraggio di liberarsi. Sappiamo come andrà a finire. Ma Larraín e Stephen Knight immaginano una fuga più felice e aperta, una specie di miracolo. Come un gesto di affetto.

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
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