"Spider-man", della responsabilità e della conoscenza

“Sentivo di essermi accollato una tremenda responsabilità – racconta Raimi del suo film – così per catturare il vero spirito e l’essenza di Spider-Man mi sono concentrato sugli aspetti del personaggio che sentivo più veri”.
“Un grande potere comporta una grande responsabilità” dice lo zio Ben a Peter Parker, e sembra quasi che Raimi lo stia ascoltando, mentre sceglie di dirigere il supereroe più amato, perché quello più “vero”, umano, debole e vulnerabile. Al punto, confessa il regista, di controllarsi il più possibile, per non far notare al pubblico la “presenza del regista”. E’ in questo ossequioso rispetto per il personaggio della Marvel che sta la ricchezza formale e sensoriale di questo “Spider-Man” (ma Raimi gia in “Gioco d’amore” ci aveva indicato come fosse capace di realizzare storie stratificate anche “nascondendosi” dietro la forza attoriale/autoriale di Kevin Costner).

E allora Raimi gioca sulla “semplicità”. Riprende fedelmente non solo lo spirito ma quasi tutta la filosofia e il racconto di Stan Lee, con piccole variazioni, e gioca lucidamente sulla “linearità” della storia. Perché non è nel racconto, né nella psicologia del personaggio il suo “finish”: “l’uomo ragno è una proprietà dei ragazzini di tutto il mondo” ha detto, nessuno può appropriarsene. Ma “Spider-Man” arriva non casualmente in questo inizio secolo, mentre “Superman” rappresentava l’America del bicentenario dei ‘70 e “Batman” quella degli anni ‘90. Perché Peter Parker ben rappresenta la complessità dei conflitti della nostra epoca, che intrecciano troppe, davvero troppe problematiche differenti, e per essere “mostrate” l’unica via possibile sembra proprio essere quella della “semplicità” narrativa.

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E il percorso è narrativamente obbligato: da occhialuto “nerd” di periferia, dopo essere stato morso da un ragno in un laboratorio Peter Parker modifica il suo DNA, e – più simile all’eroe de La mosca cronenberghiano che non a un supereroe vero e proprio – rapidamente si trasforma. Ma questa trasformazione fisica e sensoriale viene utilizzata dal ragazzo (termine proprio: Peter è il primo super eroe ragazzo protagonista, non é il “ragazzo meraviglia“ Robin, è un supereroe degli anni ‘60, quando “il giovane” diviene finalmente soggetto autonomo), esclusivamente per scopi “normali”. I suo i desideri sono semplici: conquistare il cuore della bella vicina compagna di scuola. E allora ha bisogno di un auto e si iscrive a una gara di lotta per vincere il denaro. Ma non capisce che il suo è un percorso predestinato. Lo zio viene ucciso da un balordo (che lui poco prima si era rifiutato di fermare durante una rapina – e qui abbiamo un colpo alla politica non interventista americana, quasi premonizione dell’11 settembre, ovvero non occuparsi dei guai degli altri prima o poi diventa un problema anche nostro…) e come prima reazione scatena la sua forza nella immediata vendetta.

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E’ un personaggio goffo e ridicolo questo Peter Parker, fa tenerezza vederlo sperimentare le sue nuove ragnatele che la mutazione genetica gli ha procurato e schiantarsi contro un cartellone pubblicitario mentre prova il suo primo lancio “alla Tarzan”. Ma questa è una storia. Perché in parallelo abbiamo un’altra mutazione, quella del Dott. Norman Osborne, scienziato geniale in conflitto con i consigli d’amministrazione che vogliono farlo fuori, che sperimenta su di se con risultati straordinari i suoi studi sulle trasformazioni dell’umano. Osborne si trasformerà in un “doppio” che diventerà l’emblema del male. Ma non è qui il gioco, il conflitto. Il problema non è “il mondo”. Il conflitto è soprattutto personale. Perché il migliore amico di Peter é proprio il figlio di “Goblin”, ed è pure il fidanzato della ragazza dei suoi sogni. E Goblin utilizzerà proprio le debolezze del ragazzo (‘colpiscilo al cuore” dirà il doppio di Osborne) per affrontarlo. Insomma stiamo sempre parlando di conflitti “locali”.

Ma se la narrazione procede per questa direttiva che non può non colpire l’immaginario popolare, Raimi gioca le sue carte su un terreno meno evidente, ma tutto incentrato sulla materia di cui sono fatti i film…(le immagini? i sogni?…).
Umano-non umano, questo è il problema. E Peter Parker appena trasformato si difende fin troppo scaraventando il suo rivale lontano con un super pugno. “Sei un mostro” gli gridano. E, di lì a poco, scoprirà di essere davvero un mutante, e con le dita ormai capaci di incollarsi alle pareti scalerà un palazzo e si ritroverà sui tetti.

Spider-Man è tutto qui. Nel volo sui tetti della città, nell’osservare la “Metropolis” dal punto di vista di King Kong (e il finale di questo primo film si chiude con Spider-Man proprio sull’Empire State Building, clamoroso omaggio al cinema fantastico, alla “grande scimmia” e all’immaginario ”moderno” degli anni trenta), nel ricostruire digitalmente una città-ragnatela, dove Spider-Man si muove collegandosi da un grattacielo all’altro, come se ognuno di questi fosse un link di un (im)possibile ipertesto urbano. E allora possiamo pensare che tutto il film altro non sia che una riflessione sul conflitto tra il soggetto e il mondo, tra il pensiero moderno e quello post-moderno. Tra analogico e digitale. Peter è un umano mutato, persino le sue ragnatele sono organiche ( e non meccaniche come nel fumetto). Vive, soffre, ama, pensa e sente come un essere secondo il quale la comunicazione funziona come “allusione di significati”, ovvero dove è l’interpretazione del pensiero che la trasforma in conoscenza. Ma, allo stesso tempo, è parte ormai integrante di un cortocircuito della comunicazione dove il modello è diventato quello matematico, dove le serie alfanumeriche e il linguaggio binario diventano il canale privilegiato della conoscenza.

Eccolo il conflitto della modernità operante sul corpo mutato di Peter Parker. Corpo ancora umano però, ma contaminato, impuro, che si muove in un mondo totalmente digitale (lo ammette lo stesso Raimi che la città “vera” non era utilizzabile…). E mentre Spider-Man vola non sulla città ma “nella” città, corpo appartenente a un altro corpo, Raimi ci rappresenta il conflitto (filosofico? morale? scientifico?) della umanità moderna, raccontandoci una narrazione lineare attraverso delle linee di fuga (le immagini) che invece seguono un “processo”, non sequenziale, quasi “ipertestuali”.

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Ed è questo il “gioco d’amore” con il quale dovremmo fare i conti in questo dannatissimo nuovo millennio.