Sportin’ Life, di Abel Ferrara

Fuori Concorso a #Venezia77 il nuovo capitolo dei diari di Abel Ferrara è tra i più vitali e trascinanti, ennesima lezione dinamitarda di sopravvivenza con il cinema, e di cinema da sopravvivenza

Tra i corridoi di Potsdamer Platz lo si vedeva vagare durante la Berlinale 2020 in tenuta all black griffata Saint Laurent, inseguito da una troupe la cui compagnia quasi quotidiana è per Abel Ferrara oramai abituale quanto l’aria. Nuovo episodio della recherche del Ferrara diaristico degli ultimi anni, Sportin’ Life è nato in quei giorni di febbraio ed è diventato in questi mesi il più erratico e probabilmente il più vitale tra tutti i capitoli pubblicati sinora: prodotto appunto da Saint Laurent come racconto del dietro le quinte delle giornate del regista e di Willem Dafoe a Berlino per Siberia, il film ha finito per contenere anche immagini del lockdown romano a casa Ferrara, con Abel, Cristina e la piccola Anna, e footage dai riots post-omicidio di George Floyd. In mezzo, ancora qualche giro live di blues elettrico e caraccollante con Joe Delia e Paul Hipp, e frammenti dal repertorio ferrariano da The Addiction a Pasolini via Go Go Tales, Mary, 4.44, come a formare un’unica, dolente invocazione al cielo in epoca di pandemia attraverso le parole (per bocca di Christopher Walken, Forest Whitaker, ovviamente ancora Dafoe) della sezione più autenticamente mistica della filmografia del cineasta.
La modalità con cui Abel pensa e assembla queste opere è definitivamente esplicitata dalle dichiarazioni che il regista affida alle interviste fatte al festival, e che ascoltiamo qua e là nel film – Sportin’ Life assume così la forza trascinante e famelica di una jam session infinita e caotica (che sia infatti solo il tassello di un unico grande racconto che l’autore va intessendo nei suoi doc sin dai tempi di Chelsea on the rocks?) sulle note genuine di uno spiritual: sarà merito della compagine “giovane” nella squadra tecnica, il dop dei Safdie Sean Price Williams e i montatori Leonardo Daniel Bianchi e Stephen Gurewitz, ma quello che sulla carta potrebbe apparire un Ferrara “per completisti” colpisce invece sin da subito per la brutale, sincera, disincantata energia con cui ancora una volta Abel ci stia cantando un blues su cui ballare durante l’ultima notte di vita umana sulla Terra.

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In questo, Sportin’ Life è davvero il controcampo necessario di Siberia, e forse il tassello che tiene insieme quell’esperimento di astrazione e ascensione che ha lasciato interdetti i più con la via crucis metropolitana del coevo Tommaso: a conferma della pratica, oramai del tutto “esondata”, di innesto tra vita, cinema, formati “alti” e a bassa frequenza, immagini vaganti catturate dalle fonti più spurie, e ritorno incessante sulla propria stessa mitologia, con cui Abel Ferrara ha ritarato la definizione stessa di cineasta indipendente in questi ultimi anni di vorace produzione di materiale. Non ci stancheremo mai di dirlo, al di là dei giudizi e dei risultati dei singoli exploit, questi film sono l’invito più dinamitardo che può essere lasciato oggi a qualcuno che voglia mettersi a raccontare qualcosa che sente necessario attraverso le immagini in maniera personale e incontaminata. Un manuale di sopravvivenza con il cinema, e un manuale di cinema da sopravvivenza.

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RIFF AWARDS 2020

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2 (3 voti)
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