Squid Game

La serie Netflix coreana di maggior successo fonda le sue radici su un disincantato noir contaminato con il binomio sfida-morte di Hunger Games e Battle Royale. Secca, diretta, brutale, avvincente.

Attenzione: in questa recensione ci sono spoiler

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C’è la pioggia nei due episodi decisivi di Squid Game. Nel secondo, intitolato Inferno, si ritrovano ‘fuori dal gioco’ il protagonista Seong Gi-hun e Oh Il-nam, numero 1, l’uomo anziato affetto da un tumore che non gli lascerà scampo. E fa anche da sfondo alla scena in cui l’immigrato pakistano Abdul Ali (numero 199) cerca di mettere al sicuro la sua famiglia e in quella in cui il gangster Jang Deok-su (numero 101) affronta a viso aperto i creditori che vogliono farlo fuori. Il secondo momento è nel nono e ultimo episodio, nella sfida finale. Si è scritto molto sulla presenza delle scale che rimandano ai dipinti di Escher o al significato simbolico dei numeri in Squid Game. Per esempio, Seong Gi-hun ha il numero 456 e il montepremi è di 45,6 miliardi di won. Tutto vero. Perché l’incredibile successo di questa serie, vista in ottobre da oltre 111 milioni di famiglie, risiede in una complessità di citazioni e riferimenti che si fondano anche sulla letteratura e la tradizione coreana. Non ostacolano però mai la narrazione. Secca, diretta, brutale, avvincente.

Seong Gi-hun, divorziato e pieno di debiti, vive con la madre. L’ex-moglie, che ha un nuovo compagno, gli fa vedere a stento la figlia che però sta per partire per gli Stati Uniti. Una sera, mentre aspetta il treno della metropolitana, incontra un uomo che gli propone di partecipare a una serie di giochi tradizionali per l’infanzia. In palio c’è una grande somma di denaro che aumenta dopo ogni gioco. Si ritrova così in un posto sperduto, assieme ad altri 455 concorrenti che hanno, come lui, problemi finanziari. I partecipanti sono controllati da guardie vestite di rosso che prendono ordini da Front-Man, un uomo mascherato e vestito di nero. Dopo il primo gioco, “Un, due, tre stella!” scoprono la tragica realtà. Chi perde muore, chi vince passa al gioco successivo. Nel frattempo un giovane poliziotto si mette alla ricerca del fratello scomparso.

La sfida richiama sia la saga di Hunger Games sia Battle Royale. Come in questi due film c’è la sfida, la morte e alla fine ci sarà un solo vincitore. La scansione narrativa attraverso i giochi è tesa e incalzante. Il disincanto è invece quello del noir. Si parlava della pioggia, uno degli elemeni ricorrenti del genere. L’ideatore e regista della serie, Hwang Dong-hyu, lo richiama esplicitamente nel secondo gioco, quando il protagonista per sopravvivere deve creare con il caramello un ombrello.

Ha la claustrofobia ma è meno stilizzato di Old Boy. In più, riprende situazioni proprie del filone carcerario: la guerra tra prigionieri al buio, il controllo delle guardie. Squid Game punta su un voyerismo evidente. Tutto è sotto gli occhi dello spettatore e di vip/scommettitori che assistono alla ‘morte in diretta’. Forse quest’ultima è l’unico compiacimento che la serie si concede, probabilmente per il tentativo di uscire da un meccanismo che, anche nella sua apparente ripetitività, funziona sempre. Prima di Squid Game, la cui idea iniziale risale al 2008, i film diretti da Hwang Dong-hyu avevano attraversato i generi più diversi, dall’adozione di My Father all’illusione della giovinezza di Susanghan geunyeo. Il film che gli è più vicino è però Silenced, che in patria ha avuto un grande successo commerciale ma ha suscitato anche numerose polemiche per il tema trattato, la crudeltà e l’abuso sessuale su studenti sordi da parte degli insegnanti. Squid Game condivide con questo film la stessa pulsione di prevaricazione e l’illusione dell’uguaglianza tra gli individui, mostrata nel modo paritario in cui vengono trattati i concorrenti. Non c’è il tempo che consuma velocemente i corpi di Old, ma la serie condivide con il film di Shyamalan lo stesso pessimismo su un futuro che potrebbe anche non esserci più. L’inferno non è solo nel gioco. Anzi, lì dentro si può scommettere su sé stessi e sul calcolo della probabilità per la sopravvivenza. È nella vita di tutti i giorni che invece non c’è possibilità di riscatto. Appena i concorrenti hanno provato ad uscire dalla sfida, si sono ritrovati addosso problemi economici, polizia e creditori alle calcagna e i legami familiari che diventano motivo di ulteriore sofferenza. Non ha pietà Squid Game. Per il modo in cui spegne ogni visione ottimista: i due agenti che vanno dalla madre di Cho Sang-woo, l’amico d’infanzia del protagonista che era a capo di una società d’investimenti e poi è ricercato per aver truffato i suoi clienti. Ogni regola umana salta come nella sfida con le biglie: l’amicizia, la solidarietà. L’unico lampo è in quel dialogo emozionante tra le due ragazze che non hanno neanche voglia di sfidarsi ma solo di parlare, confessarsi. Per il resto resta la spietatezza dell’inganno. Nessuno è un personaggio positivo. Gli occhi spaventati, rabbiosi, alla disperata ricerca di luce dell’ottimo Lee Jung-jae, che tra i vari film interpretati è stato anche il protagonista di The Housemaid di Im Sang-soo, trovano solo un’unica via di scelta. Tranne nell’inquadratura finale che forse anticipa l’inizio della seconda stagione.

 

Titolo originale: Ojing-eo ge-im
Regia: Hwang Dong-hyu
Interpreti: Lee Jung-jae, Park Hae-soo, Jung Ho-yeon, Oh Yeong-su, Heo Sung-tae, Anupam Tripathi, Kim Joo-ryoung, Wi Ha-joon, Lee Byung-hun
Distrubuzione: Netflix
Durata: 59′ (1° ep.), 62′ (2° ep.), 54′ (3° e 4° ep.), 51′ (5° ep.), 61′ (6° ep.), 57′ (7° ep.), 32′ (8° ep.), 55′ (9° ep.)
Origine: Corea del Sud, 2001

 

 

 

 

 

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.44 (25 voti)
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