Star Trek Beyond, di Justin Lin

In questa saga automatizzata può anche entrare trasversalmente una forma di verità. Ma è soprattutto una questione di fuori campo. Sullo schermo resta poco.

Più che in altre saghe con questa “nuova” Star Trek abbiamo la sensazione di trovarci davanti a un processo automatizzato. I vari elementi si riproducono con poche varianti, mantenendo sempre lo stesso Dna visivo e strutturale. Si lavora su un immaginario consolidato certo, ma molto di superficie e sorprendentemente poco empatico. Forse questa strana distanza è figlia della logica democratica e progressista che sostiene filosoficamente la serie sin dagli albori, con equilibri drammaturgici e cromatici sempre troppo sobri, oppure le responsabilità sono da ricercare semplicemente nella prevedibile programmaticità della cinematografia seriale contemporanea.   Di sicuro il rischio non fa parte di questa “galassia” e anche in questo terzo capitolo della serie reboot ideata da Abrams ci scontriamo con un titolo fuorviante. Se infatti nel precedente Into the Darkness a mancare era proprio l’oscurità, la cupezza di un secondo capitolo che si preannunciava – a torto – ambiguo e immersivo, in questo Beyond (oltre, al di là) a mancare è proprio l’infinitezza dello spazio, l’altrove, l’ipotesi di una nuova dimensione del mondo (e del cinema) raccontati dai viaggi dell’Enterprise. In realtà il film, diretto da un regista interessante come Justin Lin, è concepito piuttosto staticamente e schematicamente con una lunga sezione centrale ambientata sul pianeta dove Kirk, Spock e pochi altri sopravvissuti rimangono prigionieri dopo essere stati attaccati dall’invincibile esercito dello spietato Krall. Un nemico antipacifista che odia la federazione e nasconde un segreto metaforico molto dentro al nostro presente. Eppure non c’è movimento. Lo spazio è finito.

 

Per quanto possa risultare eretico ai fan più ortodossi, il riferimento – soprattutto scenografico – qui più che in altre occasioni si rileva essere ancora una volta George Lucas, con la civilizzata Yorktown che sembra davvero recuperare le intuizioni astratte e illuministe della Città delle nuvole (L’impero colpisce ancora), mentre la location del pianeta nemico di Krall con tanto di guerriglia rudimentale e impennate sui motoscooter – la sequenza action migliore del film peraltro – ha forse qualche piccolo debito con la Luna di Endor (Il ritorno dello Jedi). Ma nonostante il budget e il solito profluvio di effetti in cumputer grafica la sensazione è quasi quella di un film “piccolo”, di pura (e stanca) transizione, in cui la vera dicotomia schizofrenica è tra la ricerca di un senso dello spettacolo sempre più omologato alle grandi produzioni Made in Hollywood con vintage di ritorno – marchio Abrams attenuato da Lin ma sempre riconoscibile – e la ricerca di un’introspezione, di un’umanità famigliare tra i personaggi che se fosse stata meno timida avrebbe giovato al film.

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Di fatto per la prima volta il capitano Kirk di Chris Pine appare un personaggio interessante, quasi prematuramente segnato dal tempo e imbolsito, dilaniato da un addio alla giovinezza (“Ho un anno in più di mio padre”) e da un senso di responsabilità sempre più difficile da affrontare. È questo il centro emotivo della storia. L’equipaggio dell’Eneterprise è una famiglia solida e credibile, che però non può negarsi allo scorrere del tempo e del destino e quindi perde i suoi pezzi per strada: l’ambasciatore Spock muore (nel film come nella vita), l’equipaggio si sacrifica nella prima sanguinosa battaglia e il Cechov dello sfortunato Anton Yelchin (scomparso un mese fa) saluta il pubblico. In questo prodotto automatizzato allora può anche entrare trasversalmente una forma di verità. Ma è soprattutto una questione di fuori campo. Sullo schermo resta poco. E sono, questi, piccoli dolori che i realizzatori di Star Trek Beyond non dovevano “vergognarsi” di raccontare.

 

Titolo originale: id.

Regia: Justin Lin
Interpreti: Chris Pine, Zachary Quinto, Zoë Saldaña, Simon Pegg, Idris Elba, Karl Urban, Anton Yelchin
Distribuzione: Universal Pictures

Durata: 120′

Origine: Usa 2016

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