STAR WARS COUNTDOWN – Una nuova speranza (1977)

Il 1977 è una data importante nella Storia del Cinema Moderno. L’uscita di Guerre Stellari segna forse il declino della New Hollywood e la nascita di un movimento che guarda alla esigenze di un mercato globale dove la promozione pubblicitaria affianca l’effettiva fruizione del film.  È vero che già William Friedkin con L’ Esorcista (1973) e Steven Spielberg con Lo Squalo (1975) avevano ottenuto trionfi straordinari al botteghino ma la fantascienza di George Lucas presenta un innovativo uso degli effetti visivi e una particolare attenzione al merchandising (giocattoli, magliette, libri, dischi e altra oggettistica). Costato 11 milioni di dollari, Guerre stellari ne incassa 300 milioni in sala (sarà il film con il maggiore incasso di sempre fino al 1982 quando verrà superato da E.T.) e ancora di più con il commercio capillare di prodotti correlati alla saga che si arricchirà nel tempo di sequel e prequel. Su questa tendenza George Lucas già nel 1975 aveva fondato la Industrial Light & Magic per gli effetti speciali ed è  tra i primi a utilizzare la Computer Graphics proprio in una scena, precisamente quella della simulazione dell’attacco della Morte Nera, mostrato su uno schermo prima della missione dei ribelli.

 

A un avveniristico utilizzo di “visual effects” si associa una particolare cura del sonoro (la voce ansimante di Darth Vader-Fener, i versacci animaleschi di Chewbecca, il Wilhelm Scream delle cadute nel vuoto, i suoni elettronici dei due robot androidi C-3PO e R2-D2, gli scontri delle spade laser) e un effetto dirompente della trama musicale composta da John Williams, Academy Award per migliore colonna sonora originale. Con un comparto tecnico e post-produttivo così all’avanguardia (in tutto sei Oscar oltre alla musica: sonoro, effetti speciali, scenografia, costumi e riconoscimento speciale a Ben Burtt per alieni, mostri e la voce dei robot) per George Lucas diventa semplice sviluppare il lato favolistico della storia compiendo una operazione di commistione di generi che alimenta il potere attrattivo sullo spettatore.

Il segreto vincente di Una nuova speranza è riuscire a parlare del futuro in chiave passata attingendo dal western (Han Solo-Harrison Ford cita direttamente John Wayne,  la scoperta del massacro dei propri zii da parte di Luke-Mark Hamill è un omaggio a Sentieri Selvaggi), dal cinema giapponese (La Fortezza Nascosta e La sfida del Samurai di Kurosawa sono l’ossatura diegetica del film), dalla commedia classica americana (gli scambi al vetriolo tra Han Solo e la principessa Leila-Carrie Fisher, tra C-3PO e R2-D2 veri mattatori della prima parte del film), dal war movie (Cielo di Fuoco del 1949, I Guastatori delle Dighe del 1955), dalla letteratura per l’infanzia (Il Mago di Oz con C-3PO che assomiglia vistosamente all’uomo di latta), dal cinema di propaganda di Leni Riefenstahl (i guerriglieri dell’impero del male sono vestiti come gerarchi nazisti sul modello de Il trionfo della volontà), dai richiami alla fantascienza classica di Flash Gordon (il raggio distruttore), Star Trek (l’episodio TV del 1968 The Immunity Syndrome ha ispirato la scena di Ben Kenobi che avverte telepaticamente la distruzione del pianeta Alderaan) e 2001 ( i modellini delle astronavi,  Chewbecca che sembra una evoluzione degli uomini scimmia di Kubrick), fino ad arrivare a Metropolis di Fritz Lang (C-3PO è disegnato sul modello del robot Maria).

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STAR WARS Una nuova speranza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È proprio questa archeologia del futuro che farà la fortuna di film come I predatori dell’arca perduta di Spielberg (1981) e Blade Runner di Ridley Scott (1982) che prendono Guerre Stellari come modello di riferimento riproponendone l’ attore feticcio, un Harrison Ford in evidente stato di grazia. Pur sottolineando le novità del comparto tecnologico e i molteplici rifermenti cinematografici, non dobbiamo dimenticare il talento visionario di George Lucas: l’immagine dei due androidi che vagano alla ricerca di Obi Wan Kenobi nel deserto (è quello della Tunisia), quella dei due soli al tramonto (una citazione di Dersu Uzala con sole tramontante e luna nascente), la performance Jazz nella taverna dei vari alieni “freaks” e la partita di scacchi con i mostriciattoli in stop-motion. Anche lo sconfinamento nella metafisica e il prevalere della Forza della Mente sulla illusione dello sguardo con Luke Skywalker che si allena a colpire ad occhi chiusi bilancia il comparto tecnologico con un certo afflato mistico.

 

Ma è soprattutto la capacità di pensare in tre dimensioni, privilegiando l’aspetto della profondità, a coinvolgere emotivamente lo spettatore: la scena della battaglia finale segue una particolare linea prospettica tesa a perforare lo schermo e a invadere la sala, il raggio dell’arma della Forza ha il suo punto di fuga proprio nella linea dello sguardo dell’osservatore, gli stessi combattimenti e inseguimenti sembrano travolgere la macchina da presa e varcare il limite della finzione cinematografica. Il travelling in avanti che apre e chiude il film diventa una euforica esplorazione dello spazio in cui il sublime si confonde con il perturbante, come un vertiginoso viaggio su un luna park iper-tecnologico in cui il desiderio e la paura sono la spinta allucinata della esperienza immersiva. Guerre Stellari diventa così trionfo spettacolare che coinvolge tutti i sensi, stordisce con i suoni, seduce con le immagini e cattura definitivamente con lo sfruttamento della terza dimensione, quella in cui il Once Upon a Time in the Galaxy si trasforma per 120 minuti in viaggio oltre i confini del reale, in cui è lo spazio dello spettatore a essere invaso come un set cinematografico. Cinema allo stato puro, movimento immersivo contro tempo contemplativo, dove l’attrazione del gioco di prestigio ha la meglio su ogni riflesso di realtà.