"Starbuck – 533 figli…e non saperlo!", di Ken Scott

Starbuck è una piacevole commedia che sbandiera da subito la sua non ambizione al ritratto sociologico, inserendosi in punta di piedi negli attuali temi etici riguardanti i tanto dibattuti confini dell’istituzione Famiglia. Certo è un po’ troppo semplicistico il modo in cui ogni (s)nodo si sciolga facilmente, ma il tutto è abbastanza coerente con lo spirito fatato alla Frank Capra che il film insegue

Responsabilità. Sembra tornato prepotentemente in auge questo tema, fortemente “politico”, nella nuova commedia “in tempo di crisi”: dall’America di Win Win all’Italia di Tutti i santi giorni, per arrivare nel Quebec canadese di questo Starbuck. E nel film del giovane Ken Scott il concetto è declinato nel più classico dei discorsi: la paternità. Cosa succede a un immaturo quarantenne allergico al matrimonio se improvvisamente scopre che il proprio seme donato nel corso degli anni ha generato ben 533 inseminazioni. Quindi, biologicamente, 533 figli? Spunto narrativo che il regista dice esser nato per caso, ma poi corroborato da un incredibile fatto di cronaca che quasi ne ricalcava le vicende. E allora: si scappa ancora? Ci si rifugia nei propri privati fallimenti? Sorgeranno implicazioni legali naturalmente, il caso andrà in pasto ai media e la “sceneggiatura” è pronta: tutti alla ricerca del fantomatico inseminatore Starbuck che nel frattempo si palesa anonimamente a molti dei suoi figli avviando un intimo percorso di crescita.

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Questa è una piacevole commedia che sbandiera da subito la sua non ambizione al ritratto sociologico, inserendosi in punta di piedi negli attualissimi temi etici riguardanti i tanto dibattuti confini dell’istituzione Famiglia. Il protagonista David è refrattario alle responsabilità, non riesce nemmeno a esser un buon corriere per la macelleria di suo padre e scappa dalla sua donna che non trova il modo di dirgli che è incinta. Il contatto con questa gioventù così variegata, con le tante (ben 533…) parti di se stesso che vivono e operano nel mondo, diventa un atto catartico, liberatorio, che implica una crescita. I suoi figli costituiranno una sorta di famiglia allargata costruita sulle differenze: dal calciatore famoso al depresso Emo, dal disabile cronico all’attore in erba, dalla tossicodipendente al musicista contestatario. Tutti convinti di poter formare una vera e propria comunità che deve ri-trovare prospettive per sopravvivere all’assenza di guida e prospettive. Alla crisi.

Sia chiaro, il tono del film è (sin troppo) edulcorato, latore di uno spirito fatato alla Franck Capra che non cede di fronte a niente: David dice letteralmente di voler essere non un padre ma un angelo custode per quei ragazzi. E allora: tra siparietti comici e crisi magicamente superate avviene la crescita, David si apre alle responsabilità e accetta in tutti i sensi la “paternità”. Certo niente di nuovo sotto il sole, certo il giovane regista poteva essere più graffiante nella sua riflessione e certo è evidentemente semplicistico il modo in cui ogni (s)nodo si sciolga facilmente. Ma Starbuck rimane comunque una commedia fuori dagli schemi che probabilmente, suo malgrado, accenderà dibattiti e avrà un eco oltre lo schermo (è già pronto un remake hollywoodiano prodotto da Steven Spielberg in persona). E, in fondo, questo è tutto ciò che il buon vecchio “cinema medio” ha sempre tentare di fare: intrattenere e divertire il suo spettatore, seminando anche qualche dubbio nelle sue certezze.

Titolo originale: Starbuck
Regia: Ken Scott

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Interpreti: Patrick Huard, Antoine Bertrand, Julie LeBreton, Igor Ovadis, David Michael, Patrick Martin, David Giguère, Sarah-Jeanne Labrosse
Origine: Canada, 2011
Distribuzione: Bolero Film, Europictures distribuzione
Durata: 109'

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