Stay Still, di Elisa Mishto

Il voler “stare fermi”, rifiutandosi di soccombere alle pressioni esterne e fare ciò che la società si aspetta, è qualcosa che non viene né accettato né capito. A un certo punto tutti chiederanno “cosa vuoi fare?”, perché non fare – ma soprattutto non voler fare – è visto come sintomo che in te c’è qualcosa di sbagliato; perché nel formicaio la formica ha sempre un ruolo, un obbligo che deve rispettare. Ma cosa succede se la formica decide di non rispettare non solo il suo compito sociale, ma anche qualsiasi altro compito? Quell’atto rivoluzionario potrebbe costare alla formica non solo l’espulsione dal gruppo, ma anche il ricovero obbligato in una clinica psichiatrica. L’ozio è qui l’atto di liberazione radicale, il non voler fare come stile di vita; il tutto come opposizione all’oggi, alle generazioni che non sono più in grado di fermarsi.

Julie, una ragazza un po’ insolita e sopra le righe, vive la sua vita nell’immobilismo, sapendo di poter sfuggire a ogni responsabilità unicamente grazie al suo essere “un po’ folle” – indossa da dieci anni dei guanti gialli domestici – e al suo essere un’ereditiera, con sempre a disposizione qualche sistema che possa liberarla dai problemi che causa agli altri e a sé stessa. Si reca così di sua spontanea volontà in una clinica psichiatrica come soluzione temporanea; lì, durante il suo soggiorno, incontra Agnes, una giovane infermiera arrivata da poco, madre di una bimba di tre anni e con la quale non riesce a empatizzare: la sua vita quotidiana, che si inizia a vedere in parallelo, è l’opposto di quella di Julie. Dal loro incontro scaturirà una serie di situazioni che porteranno le due protagoniste a scontrarsi con loro stesse e la loro vita, a cui manca un elemento importante che tanto vorrebbero avere: la comprensione dall’esterno. Ed è così che Julie trova il suo “alter ego”.

La regista ricuce man mano i tasselli che caratterizzano la ribellione delle sue protagoniste, spiegando la staticità della prima e mostrando l’operatività della seconda. Julie non vuole essere una formica produttiva solo per assecondare le aspettative sociali conosciute, come avere una famiglia o una carriera, e non sembra nemmeno interessata a vivere una vita agiata, dal momento che ne ha la possibilità, vivendo il suo denaro nel modo più consono, perché anche quello significherebbe essere accondiscendenti col sistema, assistere alla propria soppressione come individuo unico e pensante e acconsentire all’accettazione del dolore come normale. Agnes, invece, una famiglia ce l’ha; e ha anche un lavoro, a cui dedica le maggiori attenzioni. Ossessionata dal dover assecondare le aspettative sociali, evidentemente l’unica cosa che l’ha spinta a diventare madre, non è immobile ma produttiva, e come le formiche operaie continua a lavorare senza mai fermarsi a pensare o a chiedersi il perché – anche se la risposta nasce spontanea: semplicemente perché lo si deve fare. Una scombussola la sua vita per non soddisfare le aspettative di qualcuno, mentre l’altra sacrifica sé stessa per soddisfare le aspettative di tutti; ed è solo comprendendosi e trovando quel senso comune di amicizia e resistenza, all’interno di un contesto dov’è difficile empatizzare con il prossimo e riuscire a capire le motivazioni che si celano dietro le sue azioni e ambiguità, anche se patologiche, che si può trovare la vera scappatoia alle convenzioni. La clinica psichiatrica acquisisce quasi un significato poetico: lì non ci sono le regole convenzionali, la realtà può non esserci e nessuno si aspetta che tu la viva, ognuno è libero di reinventarsi e reinventare la sua storia, e solitamente è quella che più aiuta a superare ogni trauma e dolore.

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Lungometraggio italo-tedesco (2019), Stay Still è il primo lavoro non documentaristico di Elisa Mishto – che arriva proprio dopo States of Mind (2007), che seguiva la giornata tipo in clinica di tre pazienti psichiatrici e un’infermiera – ed è stato scelto per la sezione Panorama Italia di Alice nella Città; è una scoperta del reale che probabilmente ha condizionato in modo netto quest’opera, all’apparenza semplice eppure profonda, dal carattere intenso eppure umoristico.

Viene naturale pensare a Ragazze interrotte nel momento stesso in cui viene rimarcato il come tutto ciò che non è ordinario, controllabile e comprensibile sia spaventoso – anche all’interno dei limiti. La Susanna di Winona Ryder cercava sé stessa dentro una clinica, in una condizione più che altro auto imposta; ribelle nelle convenzioni e per questo definita come soggetto pericoloso, da tenere sotto controllo. Similmente, Stay Still è un’illusione interessante: si parte con un’idea del personaggio che cambia costantemente nel corso della visione, in un crescendo di stati d’animo che fanno riflettere e cambiare prospettiva su di lei e la sua natura. Julie ci viene presentata come una ragazza insolita ma buona, salvo poi spostarsi verso un’ottica molto più complicata; una volta fattasi internare nella clinica la riconosciamo come persona il cui problema è patologico, per poi rispostarsi verso l’idea che, dopotutto, non sembra poi così folle come si pensava.

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I guanti gialli illudono noi come illudono gli abitanti del mondo oltre lo schermo, ci confondono così tanto che ci fanno sentire un po’ come se fossimo parte di quella clinica. Julie non è una parte difettosa che va aggiustata, ma una parte difettosa che va capita nel suo dolore – così come le ragazze di Mangold erano interrotte unicamente perché è l’esterno a bloccarti quando non riesce a comprenderti. È possibile che, come spettatori, ci sentiamo spesso poco empatici con le protagoniste, non le capiamo e, probabilmente, le giudichiamo; man mano che la riflessione va avanti, tuttavia, ci scusiamo con le due donne e vorremmo anche noi prendere parte a quella stessa sfida sociale contro l’oppressione quotidiana. A un certo punto ci si potrebbe aspettare un epilogo alla Thelma e Louise, ma il film non esce a tal punto dai suoi confini, preferendo un finale dalla connotazione più positiva: le due donne riescono ugualmente ad aprirsi una via di fuga in un mondo che le avrebbe preferite più facili da controllare.

Titolo originale: Stillstehen
Regia: Elisa Mishto
Interpreti: Natalia Beltiski, Luisa-Céline Gaffron, Giuseppe Battiston, Martin Wuttke, Katharina Schüttler, Ole Lagerpusch, Jürgen Vogel, Kim Riedle, Edda Brockmann, Leslie Malton
Distribuzione: Istituto Luce Cinecittà
Origine: Germania/Italia, 2019
Durata: 91’

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
1.8 (5 voti)