Steve e il Duca, di Germano Maccioni

Proiettato durante il Torino Jazz Festival, che lo ha prodotto insieme al Museo del Cinema e a Lumpen, vede protagonista Franco Maresco sulle orme di Duke Ellington e Steve Lacy a Palermo

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Pur nell’ostinazione del dichiararsi costantemente fuori tempo, Franco Maresco va incrociando nei suoi exploit recenti precisamente quelle pratiche con cui il documentario del presente – e soprattutto quello musicale – va ricalibrando il proprio rapporto con l’archivio ritrovato, con il materiale non montato, con il repertorio abbandonato in fase di editing: come Peter Jackson con i Beatles di Get Back, l’Alan Elliott di Amazing Grace o il Questlove di Summer of Love, la consapevolezza che gli sguardi abituati ai flussi audiovisivi del contemporaneo possano immergersi senza fatica anche in queste istantanee di un passato che un tempo sarebbe stato giudicato, per lunghezza, formato o mood, “improponibile”.
E così Steve e il Duca segue a stretto giro Lovano Supreme, e volendo anche la pubblicazione del volume con la trascrizione delle chiacchierate con Letizia Battaglia registrate per il documentario del 2017: anche nel caso di questo lavoro firmato da Germano Maccioni, si parte dal recupero di materiale ripreso nel 1999 per il film di Ciprì e Maresco Noi e il Duca, proprio come il documentario su Joe Lovano era stato girato nel 2017 per essere completato lo scorso anno. A differenza però del ritratto coltraniano che era tutto in sottrazione (anche letterale) di Maresco, Steve il Duca si incentra sulla presenza assoluta del regista in scena: un segnale evidente che per Franco Maresco va probabilmente aprendosi una stagione di segno opposto all’eremitaggio cocciuto degli ultimi anni, tanto che oggi sembra relativamente meno impossibile imbattersi nell’autore e nelle cose che lo riguardano, tra festival e appuntamenti vari come questo torinese, Pesaro, Bellaria… (azzardiamo, che il turning point sia stata l’evocazione orchestrata da Luis Fulvio per il suo Apocalypsever del 2020?).

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Prodotto da Lumpen, dal Museo Nazionale del Cinema e dal Torino Jazz Festival, il film di Maccioni prende il via dalle riprese video di dieci brani di Duke Ellington eseguiti dall’immenso Steve Lacy per solo sax soprano nella cornice della Chiesa dello Spasimo di Palermo nel 1999: parte di queste incredibili esecuzioni confluirono nel documentario sul concerto di Ellington a Palermo nel 1970 di Ciprì e Maresco, appunto, ma il grosso di quel footage possiamo vederlo adesso, commentato dallo stesso Franco che ci accompagna in un giro in macchina notturno per la città, ripreso da vicino dalla videocamera di Maccioni sui sedili posteriori, in cui il cineasta non lesina le abituali battute al vetriolo sulla storia della Sicilia e il sarcasmo esistenziale dipinto sul suo volto esausto (“stiamo mettendo insieme tanti frammenti di fallimento”), e poi ad una visita al complesso monumentale dello Spasimo in cui rievocare quei giorni del 1999. È una maniera anche per riscoprire sketch memorabili di Noi e il Duca, lavoro visto pochissimo, come il ricordo di Francesco Tirone, il ciclista di Cinico Tv, di essere stato corteggiato da Ellington sul palco palermitano, e un’abissale intervista ad un non udente ex-fanatico della musica del Duca (si intravede per un istante anche la vertiginosa esecuzione di Giant Steps di Coltrane da parte del quartetto di Ciprì e Ferrara per I migliori nani della nostra vita).
Come a dire: se davvero bisogna dare il via alla rilettura filologia dell’opera di Franco Maresco, quest’operazione non può e potrà che essere orchestrata da nessun altro se non il regista stesso. Me lo faceva notare proprio il direttore artistico del Torino Jazz Festival, Stefano Zenni: per quanto Maresco vada quotidianamente predicando la fine delle cose, l’inutilità di qualsiasi sforzo per evitare un vuoto che può essere solo certificato, con l’altra mano continua a intervenire fattivamente sulla sua città, portando Joe Lovano in giro così come invitando Steve Lacy ad eseguire brani che non avrebbe suonato mai più se non in quel pomeriggio di venticinque anni fa e proprio lì, tra le rondini oggi estinte di Palermo.

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