Steve Jobs, di Danny Boyle

L’apparizione di repertorio di Arthur C. Clarke in apertura del film sembra da subito indirizzare Steve Jobs nell’ottica del recupero della fantascienza in corso a Hollywood, genere che Boyle ha affrontato in passato con una delle sue sortite più personali, Sunshine: e in effetti la trasfigurazione sfocata di Jobs in angelo di luce agli occhi della folla e della figlia nell’immagine finale, ennesimo insostenibile cedimento al vizio della saturazione proprio del cineasta, sembra sottolinearne la figura di alieno in grado di portare il futuro agli uomini.
In realtà il biopic scritto da Aaron Sorkin spartisce con la finta fantascienza da circuito chiuso di The Martian di Ridley Scott (del quale viene apertamente citato il celeberrimo spot per la Apple del 1984) l’elemento cruciale della ricerca del veicolo più efficace per far passare la comunicazione, il messaggio attraverso il buio spaziale degli anni luce.

michael fassbender e mackenzie moss in steve jobsLa parola diventa così l’elemento totemico intorno al quale ruotano le messe in crisi del potere affabulatore del dialogo operate da altri titoli coevi come La grande scommessa o The hateful eight: c’è sempre un istante in queste storie in cui la possibilità di avanzare attraverso la parola viene sabotato, minato da personaggi in grado di rovesciare il senso di quanto si dicono i protagonisti, la percezione del dato reale e del veritiero.
Non a caso Kate Winslet accusa Jobs/Fassbender di attuare una costante distorsione della realtà sul presente e sulla memoria: è l’espediente con cui Sorkin riesce nell’impresa di trasformare in narrazione del materiale basato essenzialmente su dati tecnici, numeri e notazioni informatiche, specialistiche (di nuovo come il McKay del sorprendente Big Short, film d’altra parte pesantemente in debito con quel Moneyball sceneggiato dallo stesso Sorkin), alla stregua davvero di certe vertigini della tradizione del teatro sperimentale che arriva fino all’ultimo Ronconi di Lehman Trilogy (bisognerebbe onestamente segnalare anche il lavoro sulle fredde formule matematiche che censurano l’osceno intuito da Von Trier in Nymphomaniac…).

michael fassbender e seth rogen in steve jobsAd essere pertinenti, il riferimento da palcoscenico a cui verosimilmente guarda Sorkin è la cadenza di alcune sortite strutturate in mini-sequenze di Harold Pinter (seppure la battuta dell’attore shakespeariano Fassbender “mi sento Giulio Cesare” sia un ammiccamento da non sottovalutare), contaminato con l’ossessione dello sceneggiatore per il dietro le quinte e il backstage esistenziale – per cui Steve Jobs finisce per sembrare una reincarnazione senza piano-sequenza e percussioni del Michael Keaton di Birdman tra i corridoi e i camerini nel retro dei palchi di sue tre celebri presentazioni di prodotti, il primo Mac nell’84, il NeXT nel 1988, e l’iMac nel ’98.
Al netto dei minimi sfoghi videoclippari e dei fulminei inserti nella solita estetica pubblicitaria di Boyle, qui tenuto a freno come non mai, del film rimangono soprattutto alcuni scontri verbali con i comprimari Jeff Daniels, Seth Rogen, Kate Winslet, Michael Stuhlbarg, Katherine Waterston e la piccola figlia Lisa: soprattutto quelli contenuti nell’effettivo “terzo atto” dell’opera vibrano decisamente con forza e dolore.
Il match di bravura di Michael Fassbender è diviso dunque in altrettanti round con attori in grado di reagire alle vibrazioni del testo in maniera più istintiva e d’impulso: il suo tour de force tecnico è impressionante nello stessa scala di valori per cui fu istantaneamente considerato tale il famoso monologo sfiancante in parlatorio di Hunger.

 

 

Titolo originale: id.

Regia: Danny Boyle

Interpreti: Michael Fassbender, Kate Winslet, Seth Rogen, Jeff Daniels, Adam Shapiro

Distribuzione: Universal Pictures International Italy

Durata: 122′

Origine: Usa, 2015