Storie di quotidiano orrore – Santiago Menghini al Taranto Horror Film Festival

il regista Santiago Menghini ha dialogato con Massimo Causo al Monsters online della sua idea di orrore, dei rapporti tra cinema, horror ed elemento visivo, di fumetto e dei suoi progetti futuri

Autore emergente ma già caratterizzato da uno stile riconoscibile, Santiago Menghini, di passaggio all’ultimo Festival di Torino con il corto Regret, è stato uno degli ospiti dei MonsterTalks del Taranto Horror Film Festival.

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L’incontro di ieri, che ha visto il cineasta canadese conversare con Massimo Causo, nasce dalla necessità di fare il punto su questa prima parte della sua carriera.

Nato come tecnico degli effetti speciali Menghini è riuscito infatti a concepire, attraverso soli sette cortometraggi da lui scritti e diretti, un cinema anomalo, legato ad un horror tanto visivamente suggestivo quanto intimo. Il regista, in questo senso, crede che il suo studio sul linguaggio filmico abbia anticipato la fascinazione per un particolare genere: “Mi ha sempre colpito il modo in cui si potesse raccontare una storia attraverso le sole immagini, per questo sono arrivato all’horror – afferma Menghini – un genere che usa un linguaggio stilizzato per sviluppare storie rette da tematiche universali”.

Altro elemento centrale nella formazione di Menghini è stato il fumetto. A posteriori, il regista considera fondamentale per il suo cinema il momento in cui ha deciso di studiare “come funzionasse lo storytelling dei fumetti, completamente spostato sul visivo più che sulla scrittura”.

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In questo senso il suo cortometraggio d’esordio, Ohm, è un studio sul linguaggio visivo della narrazione. La storia dello scienziato che impazzisce a causa di un dispositivo grottesco, che gli trasmette uno straordinario piacere ma che al contempo lo uccide gradualmente, è un racconto minimale che rinuncia ai dialoghi per svilupparsi tramite il solo ausilio di immagini che amplificano l’ossessione del protagonista, tra piani stretti, montaggio nervoso, fotografia acida.

Menghini descrive la lavorazione di Ohm come una sfida, legata alla dimensione interiore dell’orrore: “il film – ricorda il regista –  non è altro che il tentativo di trovare un contraltare visivo alla follia del protagonista”.

Il triennio 2012 – 2015 è caratterizzato da una profonda ricerca visiva e strutturale, attraverso cui Menghini approfondisce il suo rapporto con la tecnica e trova una linea di sviluppo personale nell’horror.

In particolare, risalta Glimpscapes, un film di montaggio che Menghini definisce “poemetto visivo” ma che è soprattutto una ricerca sul racconto per immagini: “quel progetto mi è servito per rappresentare molti spazi in maniera astratta e comprendere come potessi legare tante piccole idee per trasmettere un concetto unico al pubblico”, ha chiarito il regista.

Nel 2014 Menghini dirige invece Intruders, la sua prima incursione ufficiale nel genere horror.
Il progetto è un cortometraggio che raccoglie tre brevi schizzi narrativi dal passo perturbante. Retto più da semplici suggestioni che da un intreccio definito, Intruders è una prima esplorazione di quella spinta alla destrutturazione che caratterizzerà anche certi lavori futuri del regista ma è soprattutto il luogo in cui egli raggiunge un’efficace sintesi tra approccio personale e immaginario fumettistico: “il nucleo narrativo nasce dai lavori di Al Columbia e Uno Morales, le cui immagini mi hanno permesso di lavorare ad una messa in scena evocativa ed ad una struttura in tre atti che fosse al contempo visiva ma anche ritmata nel modo giusto” afferma a questo proposito Menghini.

Intruders è anche il progetto che porta il regista ad una definizione personale di horror, un approccio “tangibile, che trasforma le paure in qualcosa in cui il pubblico può identificarsi”.

I film successivi, Milk e Regret, dimostrano che i mostri di Menghini abitano lo spazio famigliare, quotidiano e dialogano con l’inconscio delle loro vittime. Il regista pare affascinato dall’idea psicoanalitica della perdita dell’innocenza: “Sono molto legato a quell’età di mezzo in cui ancora non sai chi sei” – afferma – “in te c’è del potenziale ma potresti perderlo e ritrovarti con una ferita che plasmerà la tua identità per sempre”.

Menghini

Il bambino protagonista di Milk ed il giovane al centro di Regret sono non a caso intrappolati in uno spazio prima mentale che fisico, alle prese con paure legate alla perdita della loro identità: “Milk è il racconto del timore di un bambino di perdere il rapporto con la madre, al centro di Regret c’è invece il senso di colpa di un figlio nei confronti del padre”, ricorda Menghini.

Durante l’incontro il regista ha parlato anche di Red Wine. satira sociale in forma di thriller, apparentemente lontana dalle coordinate tipiche del regista. In filigrana al racconto di un uomo che vede la sua vendetta sfumare, dopo che ha perso di vista il bicchiere di vino avvelenato che dovrebbe servire ad uccidere il rivale durante il ricevimento, non c’è però solo un consapevole destrutturazione dei meccanismi della suspense ma tornano anche molti degli stilemi di Menghini. Il bicchiere di vino è infatti un ulteriore esempio di come la minaccia si nasconda in un oggetto comune e l’orrore quotidiano viene rafforzato dalla casualità insita nella narrazione. Per Menghini è evidente quanto Red Wine parli la stessa lingua del resto del suo cinema “soprattutto perché horror e commedia danno entrambi il loro meglio quando amplificano i loro caratteri di satire sociali”.

Regret si chiude con un cliffhanger forse simbolo di un cinema che, per ambizioni, vuole esondare dalla forma cortometraggio. Non a caso, a breve Menghini esordirà nel lungometraggio sotto l’egida di Netflix ma la speranza è che anche in futuro non interrompa la promettente sperimentazione sui linguaggi portata avanti finora.

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