Strade perdute, di David Lynch

“Il modo in cui funziona la tua testa è uno dei misteri del creato” (Nicolas Cage in Cuore selvaggio)

Chissà cosa avrebbe pensato Orson Welles guardando Strade perdute. Forse a una serie di immagini ispirate a un cinema giunto da tempo alle derive di forme apparentemente riconoscibili; che si abbandona alla potenza dell’amore tra una coppia di giovani nel deserto, moltiplicandone i corpi, così come ai molteplici amplessi tra Alice (Patricia Arquette) e Peter (Balthazar Getty) – l’ultimo, tra l’altro, nel buio del deserto con i fari dell’automobile puntati sui loro corpi nudi, quasi a volerne fissare una materialità metafisica. “Non mi avrai mai”, gli sussurra la ragazza, che se ne va allontanandosi; Peter si rialza, i suoi tratti sono cambiati, ecco ricomparire Fred (Bill Pullman), che avevamo lasciato in prigione accusato di aver ucciso la moglie Renée. Le due donne sono identiche, poco prima le abbiamo viste insieme in una foto…

Come in Velluto blu, precedente di undici anni ma con una fisionomia implicitamente chiara che ritroveremo spesso nelle opere di Lynch, il regista ci invita a fare un giro del piacere ripercorrendo quella stessa strada a strisce gialle che compariva per qualche secondo nel rapimento notturno di Jeffrey o nella fuga d’amore di Sailor e Lula in Cuore selvaggio. Qui la strada si è allungata, non se ne vede la fine; sembra ripetersi, ipnotica come un disco che gira su se stesso, e continuare fino a tornare al punto di partenza. Questa (a)linearità esistenziale, che riproduce la vita, è l’espressione più alta di un cinema che dimostra di conoscere i confini e che li oltrepassa naturalmente; che sperimenta un linguaggio che è prima di tutto esperienza diretta di un sentire viscerale ed ermetico: Lynch ripensa l’immagine cinematografica privandola, almeno in parte, della sua componente oggettiva e caricandola di uno sguardo destabilizzante. Il fatto che Fred odi le telecamere e che ricordi le cose a modo suo – “il modo in cui le ricordo non è necessariamente quello in cui sono accadute”, dice all’inizio – è il pretesto per spaziare in una temporalità erratica che raccorda sullo stesso piano presente e futuro (pensiamo alla scena in apertura e chiusura con la voce al citofono che informa della morte di Dick Laurent) in un ping pong di identità, sogni e allucinazioni che non hanno risposta. Perché Lynch non è interessato a dare una ricostruzione plausibile degli eventi, né tantomeno a misurarsi con una prova di stile, anzi; a volte interrompe questo flusso ricordandoci, divertito, che siamo comunque in un film (le figure dei detective, i dettagli di occhi e bocche, e in generale tutti quegli elementi che riportano immediatamente al thriller e al noir).

Alla base di Strade perdute, che sarà un punto di partenza fondante per il successivo Mulholland Drive, c’è un rapporto d’amore minato dall’insicurezza dell’uomo nei confronti della sua donna: l’impossibilità per Fred di avere Renée – la telefonata a casa, il gesto consolatorio della mano sulla spalla di lui, contratta nello sforzo sessuale – muta in possibilità per Peter, anche lui sedotto e soggiogato da una femme fatale (I put a spell on you because you’re mine), che diviene in ultima istanza oggetto oscuro e mercificato del desiderio (i filmini porno). È una metamorfosi sensoriale quella che Strade perdute mette in scena e Lynch, come Ovidio, si fa cantore di questo lucido immaginario popolato da creature che coabitano lo spazio del reale, attraversando violenze, perversioni, incubi, zone di elettricità e ombra. I’m deranged down down down canta Bowie in uno dei brani della superba colonna sonora, che vede accanto alle musiche composte dal sodale Badalamenti e da Barry Adamson contributi di Trent Reznor, Lou Reed, Marilyn Manson, The Smashing Pumpkins e dei Rammstein. No return, no return.


Titolo originale: Lost Highway
Regia: David Lynch
Interpreti: Bill Pullman, Patricia Arquette, Balthazar Getty, Robert Blake, Robert Loggia
Durata: 135′
Origine: USA, Francia 1997

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