Stranger Things: il definitivo memorabilia filmico della Gen Z
Una panoramica sui rimandi cinematografici della serie dei Duffer Brothers, tra citazioni cult e omaggi agli anni Ottanta che arrivano fino alla nuova quinta stagione e che giungono perfino ai Novanta
C’è da dire una cosa su Stranger Things. Già prima della sua uscita su Netflix, nel lontano 2016 – un mondo pre-Covid – la serie era già cult. Nessun bisogno di legittimazione da parte del pubblico, perché la “cultizzazione” era un processo inscritto nella sua stessa genesi. Fin dalla realizzazione, tutto ciò che la compone attinge a un immaginario che, di per sé, è già cult. Dall’oggettistica all’abbigliamento, dagli ambienti alla musica, dall’estetica visiva ai codici narrativi, la serie è costruita come un contenitore privilegiato di una cultura pop anni Ottanta che nel tempo si è consolidata nell’immaginario collettivo. Stranger Things attiva un riconoscimento immediato, quasi istintivo. Non serve aver visto ogni stagione – da poco uscita la tanto attesa quinta – per intercettarne i riferimenti. Funziona perché ciò che vediamo possiede un valore simbolico già sedimentato che la serie riattiva e amplifica. E da qui nasce un fenomeno esploso in un mix di nostalgia, serialità, comfort watching, retromania e cinefilia.
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Proprio questa cinefilia dei Duffer Brothers, percepibile in ogni singolo episodio, è uno degli elementi fondamentali della serie. Quel sobborgo spielberghiano che funge da cornice – J.J. Abrams ne aveva intuito il potenziale anni prima in Super 8 – diventa il tessuto filmico su cui si inserisce una rete di rimandi, allusioni e omaggi. Non una semplice sequenza di citazioni, ma una vera e propria costellazione di riferimenti cinematografici. Un gioco, una sorta di challenge continua in cui un pubblico allenato da decenni di nostalgia pop riesce a cogliere la reference, a scorgere un poster de La cosa di Carpenter appeso, sfocato, in secondo piano. Ma quanti e quali sono davvero i riferimenti, le citazioni e i tributi che popolano Stranger Things?
Avendo già scomodato Spielberg, è inevitabile partire da E.T. – L’extra-terrestre con le BMX guidate da Will, Dustin, Mike e Lucas, i giovani protagonisti che vediamo crescere d’età di stagione in stagione come in una sorta di Boyhood o la saga di Harry Potter. E nella seconda stagione, quando il gruppo si presenta in costume da Ghostbusters, il riferimento smette di essere solo citazione e diventa tributo. Sul versante più teen, la serie costruisce un altro nucleo fondamentale con Nancy, Steve e Jonathan, a cui nelle stagioni successive si uniscono Billy, Robin ed Eddie. Questi personaggi sembrano arrivare direttamente dal teen movie di John Hughes, tra Breakfast Club e Bella in rosa, con dinamiche sentimentali, gerarchie scolastiche che poi, crescendo anche loro, diventano gerarchie lavorative. Ma i generi che più profondamente strutturano Stranger Things sono l’horror, lo sci-fi e il fantasy. I poteri telecinetici di Undici rimandano a Carrie e a Fury di De Palma, mentre il Demogorgone, con la sua forma umanoide, evoca inizialmente lo xenomorfo di Alien e, successivamente, anche all’organismo parassita extraterrestre de La cosa. L’evoluzione porta fino a Vecna, che uccide nel Sottosopra così come Freddy Krueger uccide nei sogni, tanto che la quarta stagione ospita lo stesso Robert Englund, in una scena ambientata in un ospedale psichiatrico che quasi richiama Il silenzio degli innocenti. La base segreta russa sotto lo Starcourt Mall nella terza stagione introduce invece l’immaginario della Guerra Fredda, con rimandi a Alba rossa di John Milius. E proprio nel Mall, spazio simbolico del consumismo, i protagonisti finiscono al cinema con Ritorno al futuro e Il giorno degli zombie.
E adesso, con i primi quattro episodi della quinta e conclusiva stagione, i riferimenti cinematografici non si limitano a rimandi o citazioni ma costruiscono intere scene. Il riferimento diventa struttura come, ad esempio, nella preparazione delle trappole all’interno della casa per affrontare il Demogorgone, sequenza modellata su Mamma, ho perso l’aereo, oppure nel piano di fuga elaborato da Robin, un vero e proprio escape movie in miniatura che cita apertamente La grande fuga. Il debito verso Wes Craven si fa nel frattempo ancora più marcato: infatti Vecna-Henry sembra evolvere sempre di più verso una figura à la Freddy Krueger, con tanto di cappello e il ruolo da predatore di bambini. E a caricare ulteriormente l’immaginario cinema arriva anche una vera e propria icona, Linda Hamilton, la storica Sarah Connor di Terminator.
Sicuramente Stranger Things, fin dalla sua uscita, ha contribuito in modo decisivo al revival culturale degli anni Ottanta. Ma il tempo passa e così anche le mode. Oggi è sempre più evidente come l’immaginario dei Novanta e dei primi Duemila stia tornando in auge, soprattutto nella Gen Z. La serie, per esigenze narrative, rimane ancorata al proprio decennio di ambientazione, ma non può ignorare questa nuova ondata e finisce per intercettarla. Lo si nota proprio nella slapstick strategica di Mamma ho perso l’aereo, che è un prodotto della cultura pop dei primi Novanta, oppure la citatat presenza di Linda Hamilton, che qui richiama più la Sarah Connor militarizzata e addestrata di Terminator 2 del 1991.




















