Styx, di Wolfgang Fischer

Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo; scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete un mutuo a interessi fissi; scegliete una prima casa; scegliete gli amici; scegliete un futuro; scegliete la vita.

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Trainspotting, Danny Boyle, 1996

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Styx, film d’apertura della sezione Panorama alla Berlinale 2018 e finalista al Premio Lux del Parlamento Europeo, è un film girato quasi interamente in mare e senza l’ausilio della CGI, dopo una gestazione di circa dieci anni, e percepisce e conferma l’attualità di un fenomeno, quello immigratorio, con un preavviso che si potrebbe pensare premonitorio ma in realtà era sintomatico di un futuro imminente. Tornare ad uno stato precedente di armonia, dimenticare per un istante i progressi, e gli eccessi, il soccorso immediato, lo stress, la folla, le comodità e le abitudini di un mondo iperconnesso, diventano per Rike, la protagonista del film di Wolfgang Fischer, motivazione imperativa. Rike (Susanne Wolff), che lavora come medico a bordo di un’ambulanza a Colonia, decide di passare le vacanze in solitudine affrontando un viaggio in barca a vela che costeggiando l’Africa le faccia raggiungere l’Isola di Ascensione, il paradiso artificiale creato da Charles Darwin. L’introduzione è un excursus sui preparativi meticolosi precedenti la partenza, quindi, una volta preso il largo, di una routine instabile regolata sulle esigenze del momento, dai capricci del vento al placido rumore delle onde su cui farsi cullare, insieme ad un libro.

Nell’infinito orizzonte dell’oceano la navigazione della ragazza incrocia le rotte delle grandi navi cargo al confronto delle quali la sua imbarcazione diventa davvero minuscola ed esposta al pericolo, una sensazione amplificata dall’arrivo di un warning per l’avvicinarsi di una tempesta. L’imprevisto incontrollato è il turning point della storia, e alla conta dei danni, osservando guardinghi se la minaccia sia davvero acqua passata, sopravviene la presa d’atto del cambiamento, nello specifico il materializzarsi a poche leghe marine di una nave in avaria, piena di profughi in evidente difficoltà.  Arriva il dilemma, cosa fare? Seguire i consigli della guardia costiera e stare alla larga o impedire all’indifferenza di diventare cronica ed intervenire? L’assunzione di responsabilità che invade Rike, lacerata dal dubbio, diventa cosciente quando Kingsley (Gedion Oduor Weseka), uno dei naufraghi, raggiunge la sua imbarcazione a nuoto, ormai già quasi completamente assiderato, e coincide con il punto di non ritorno.

Su una scala più larga è impossibile ignorare il riferimento alla distanza che corre tra l’opulento Occidente e le loro vittime, diventati i derelitti di ogni sud del mondo, uno spazio coperto da una storytelling raramente indipendente, che sempre meno sembra fare leva sulla poca umanità ancora presente. Il dramma invita a riflettere sull’indifferenza dello sguardo, sul rimedio di girare la testa da un’altra parte fingendo di non vedere, e pensare che si, basta chiudere gli occhi per un istante, per riaprirli sopra un’altra distrazione, allontanando il problema invece di affrontarlo. Styx di domande né solleva parecchie e lascia allo spettatore nella scomoda posizione di interrogarsi su un personale principio di colpa basato su un’impotenza volontaria, creata tralasciando completamente di prendere almeno visione di una possibile alternativa. Lascia sedimentare il quesito nell’attesa di un salvataggio nella consapevolezza che sarà improbabile o tardivo, e che l’appuntamento di continuo rimandato, tra mille scuse, arriverà a presentare il conto ed avrà le sembianze del rimorso.

Nelle continue ripetizioni delle coordinate di bordo così come nel costante ponte radio tra la capitaneria ed il luogo della tragedia cresce il vuoto degli appelli, destinati a restare inascoltati, che lasciano un suono lugubre su chi, portato dal caso, abbia avuto l’occasione di ascoltare anche solo una strofa di quel dolore. Un canto reso immortale dal potere dello Stige, il fiume infernale evocato dal titolo (che per mezzo di un’immersione nelle sue acque prometteva l’invulnerabilità) dove annegano i sogni ed il pianto dei disperati si affianca ormai al richiamo delle sirene.

Regia: Wolfgang Fischer

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Interpreti: Susanne Wolff, Gedion Oduor Weseka

Distribuzione: Cineclub Internazionale Distribuzione

Durata: 94′

Origine: Germania/Austria, 2018