Sul Vulcano, di Gianfranco Pannone

Sul VulcanoVite ai piedi del Vesuvio, in un luogo unico al mondo, ricco di miti, storie ed evocazioni letterarie. Gianfranco Pannone, tra gli autori del reale più necessari del panorama nostrano, segue le ceneri del passato per soverchiare l’incuria immonda sottostante. Poetico ed evocativo, ancor più che nei suoi lavori precedenti, smuove, con ondulante passione citazionista e sussultoreo girovagare tra immagini di repertorio e testimonianze visive, il proverbiale fatalismo partenopeo, la devozione religiosa, il richiamo mistico verso quella presenza silenziosa, ma carica di rancore e rimorsi. La vesuvianità è nazionale, parafrasando Giorgio Bocca, tra case abusive e discariche velenose. Gianfranco Pannone sembra cercare un vero dialogo con il vulcano attraverso il panteismo religioso di Giordano Bruno, i pensieri alti letterari che hanno elevato una “terra pazza” e grazie a uno sguardo cadenzato, mai manierato, che lascia sentire il contatto con la bocca fumosa sempre sul collo. Non manca la denuncia: oggi, macabra attrazione turistica è quella colata di cemento che ospita circa 600.000 persone sedute su una bomba ad orologeria, esplosa già 18 volte dal 1600 al 1944, anno dell'ultima eruzione.
 
“Il Vesuvio urlava nella notte, sputando sangue e fuoco. Dal giorno che vide l’ultima rovina di Ercolano e di Pompei, sepolte vive nella tomba di ceneri e lapilli, non s’era mai udita in cielo una così orrenda voce… “(da La Pelle, di Curzio Malaparte). “Le faglie ed i vulcani di questa natura completamente criminale precipitano l’anima in una vertigine che la spinge a grandi azioni e a passioni tumultuose” (da Juliette o la benedizione del vizio, di Donatien Alphonse-Francois de Sade). “Questi campi cosparsi di ceneri infeconde, e ricoperti dell’impietrata lava, che sotto i passi al peregrin risona; dove s’annida e si contorce al sole la serpe, e dove al noto cavernoso covil torna il coniglio; fur liete ville e colti, e biondeggiàr di spiche, e risonaro di muggito d’armenti; fur giardini e palagi, agli ozi de’ potenti gradito ospizio; e fur città famose che coi torrenti suoi l’altero monte dall’ignea bocca fulminando oppresse con gli abitanti insieme” (da La ginestra, di Giacomo Leopardi). “Qui, in mezzo a questa “terra di nessuno” del vulcano, qualsiasi dilettante avrebbe predetto la distruzione della città con matematica certezza, ma apparentemente nessun cittadino di S. Sebastiano ne avrebbe mai ammessa la possibilità” (da Napoli ’44, di Norman Lewis). “Nell’immaginario collettivo, l’immondizia che sommerge Napoli assume la stessa valenza dell’eruzione del Vesuvio che ricoprì la bella e lussuosa Pompei” (da L’immondizia del mondo, di Fabrizia Ramondino). “…Guarda da quella parte il mio fratello Vesuvio. E’ mio fratello e ti vuol bene anche lui, lo credi? Ora dimmi: se ti mando là, ci vuoi andare? Rimarrai poi con lui” (dal De immenso, di Giordano Bruno). “Questa città appassionata morirà bene, morirà degnamente nell’altissima e fiammeggiante apoteosi di fuoco” (da La leggenda del futuro, di Matilde Serao). “L'osservazione di tali terribili casi è istruttiva: essa umilia l'uomo mostrando che egli non ha alcun diritto di aspettarsi soltanto facili conseguenze dalle leggi della natura volute da Dio” (da Scritti sui terremoti, di Immanuel Kant). “Imparano lentamente e dimenticano con grande rapidità. Li tengo d'occhio, adesso credono che io dorma e si sono fatti di nuovo insolenti, ammiccano, si mettono a studiare i miei segreti, fanno gli spacconi dicendo che anche loro sono capaci di produrre esplosioni più violente e rumorose delle mie” (da Il sangue di San Gennaro, di Sándor Márai).
 
 
gran cono del vesuvioPresentato all’ultima edizione del Festival di Locarno, Fuori Concorso, il documentario meriterebbe una distribuzione più importante di quella ricevuta, anche per la capacità di registrare la fenomenologia di questo rapporto imprescindibile tra il “mondo circostante” e l’immaginazione. È essenziale il gusto di abitare le cose, di immergersi nelle forme del quotidiano che originano una immaginazione di tipo memorativo. Gianfranco Pannone si accosta a questo mondo frastagliato, stratificato, con un appassionato bisogno di percepire e afferrare, comunque sia, la bellezza della realtà che gli viene incontro aprendosi all’interpretazione. La percezione del mondo circostante diventa sostanza poietica. Il Vesuvio però è anche uno scoglio del mondo circostante, dove uno nasce e abita quasi casualmente, ma tenacemente. Non è una scelta, ma un accadimento a cui non ci si ribella fino alla morte. Il Vesuvio rimane sullo sfondo dell’azione immaginativa, uno sfondo della comprensione sensibile. Il vulcano “buono”, centro nevralgico di abusato consumismo, è ancora luogo da cui attingere sensazioni per poi restituirle in forma letteraria e visiva. Con il vulcano buono ci si mimetizza, in un liquido amniotico di vissuto e proiezioni. “Oggi se il Vesuvio erutta non voglio credere che dobbiamo rivolgerci di nuovo a San Gennaro, perché San Gennaro già ha fatto abbastanza” (Pasquale).  
 

Titolo originale: id.
Regia: Gianfranco Pannone
Origine: Italia, 2014
Distribuzione: Istituto Luce – Cinecittà
Durata: 90'