Summer (Leto), di Kirill Serebrennikov

L’incredibbile e inaspettato colpo di filmine cool cinema del russo Kiril Serebrennikov, il cineasta dissidente agli arresti domiciliari dal 23 agosto 2017. Il suo cinema aveva spesso dato il sospetto di un costruito manierismo, di una traccia teatrale troppo evidente soprattutto nel rapporto tra il personaggio, l’azione e lo spazio. Dalle ricostruzioni degli omicidi in Playing the Victim, all’uomo e la donna che hanno scoperto che i rispettivi coniugi hanno una relazione in Izmena.

Anche Summer ha un rapporto diretto con lo spazio. Quello della sala dove si sta tenendo il primo concerto. La spiaggia dove c’è invece la libertà, la creazione, i riflessi del rock e del punk. Da David Bowie ai Sex Pistols, da Lou Reed ai Velvet Underground a Iggy Pop. Con tracce disseminate dappertutto. La copertina di Blondie, la creazione grafica dell’album degli Who. Ma lo spazio principale è quello dell’Unione Sovietica d’inizio anni ’80. Quella Di Breznev. Che si vede in tv. Che campeggia in un graffito sul muro.

Non solo un biopic. Non solo un musical. Non solo un ‘ménage à trois’. Ma Leto è tutto questo. Dove l’ossessione della parola, quella della Scrittura, di Parola di Dio, qui diventa l’ossessione della musica. Nella Leningrado d’inizio anni ’80. Dove il destino dell’emergente rockstar Mike Naumenko, fondatore del gruppo Zoopark, s’incrocia con quella di Viktor Tsoï, cantante, compositore e cofondatore di Kino, uno dei gruppi più importanti nella storia della musica rock russa. Tra loro c’è Natacha, moglie di Mike da cui ha un figlio ma attratta da Viktor. Ed il film si basa proprio sulle sue memorie.

Le prospettive sono impazzite. Le traiettorie solitamente geometriche del cinema di Serebrennikov saltano tutte. Nel suo film più tormentato,. esistenziale, appassionato. Grafiche di uno sguardo sospeso tra rappresentazione e visione, come nella scena del treno, tra la libertà e oppressione, tra musica e politica. Quasi uno slancio, tra Jacques Demy e Richard Lester, con uno spettatore narratore che guarda in macchina. Dove l’immagine diventa quasi videoclip, i corpi sagome. Uno schema che si ripete anche nella scena del bus trainata da The Passenger di Iggy Pop e in quell’abbraccio, bellissimo, sotto la pioggia con una donna incontrata da Mike vicino a una cabina telefonica per il loro personale Perfect Day da Lou Reed. Ancora il mito. Viktor Tsoï morto a 28 anni in un incidente stradale nel 1990. La grafica di copertine in movimento con i titoli dei brani e le durate.

Bianco e nero prevalente e squarci di colore. Tutto un cinema sul gesto. Ma con una disperazione romantica dove la musica rimbomba come poesia ‘necessaria’ come in Olivier Assayas. Dove ogni momento, ogni fotogramma non è più solo memoria. Ma illusione di poter rivivere un momento, proprio grazie al cinema. Come le visioni/allucinazione di Mike davanti le foto di celebri rockstar. Quasi un flusso. Senza sosta. Proprio per nuotare sott’acqua. Dove l’estate non è più soltanto la stagione del titolo. Ma una condizione di illusione, di sogno. E, al di là di quello che è accadto o inventato, come sottolineato dal narratore, ritorna tutta una stagione decisiva per il rock russo. Dove il mito si rialimenta proprio dai suoi residui.

 

Titolo originale: Leto

Regia: Kirill Serebrennikov

Interpreti: Teo Yoo, Irina Starshenbaum, Roman Bilyk, Aleksandr Kuznetsov, Filipp Avdeev

Distribuzione: I Wonder Pictures

Durata: 120′

Origine: Russia 2018