Sundown, di Michel Franco

Dopo il gran premio alla giuria con Nuevo Orden, Franco torna in concorso a Venezia con un ritratto del Messico sempre più spietato, attraverso un uomo in fuga dalla famiglia e dalla responsabilità

Nel mondo di Michel Franco non vorrei vivere. Uno spazio senza appello, popolato da infami e traditori, abitanti di un abisso dentro un viaggio al capolinea, talmente assorbiti dalla violenza da non prendere nemmeno in considerazione un’alternativa. L’atmosfera di Sundown non fa eccezione, è rarefatta dalla luce, ma parla un linguaggio oscuro. Parla poco in realtà, e soltanto per aggiungere tensione ad un silenzio complice della carneficina, e nutrirlo di altro rancore, altrimenti usa dialoghi brevissimi, sempre con l’unico scopo della mercificazione. Acapulco e la sua splendida spiaggia diventano un palcoscenico sordido, ogni angolo sembra pullulare di assassini, ed il paesaggio incantevole non trasmette oltre una frequenza inquieta,  marchio di fabbrica del regista messicano. La pulizia malevola delle inquadrature coglie ogni piccola pulsione di morte, scivolando in un abisso chiuso, ed il processo di purificazione inversa si trasforma presto in un calvario impossibile da risalire, un rituale malsano giustificato da una totale perdita di coscienza. È sempre una discesa di morte, è sempre un nuovo pericolo, in un cinema pensato per ragionare solo in termini di picchi assoluti, tranne nei momenti di tregua, indispensabili per prolungare l’agonia. La famiglia al solito è distrutta, e nella perdita lavora un seme disgregatore. Il sesso riflette una fantasia sfrenata dei sensi, e l’amore ricattato dal bisogno di emergere da una situazione di disagio, aldilà di un qualunque sentimento, in nome di un nichilismo liberato da ogni restrizione. Nessun ideale rivoluzionario all’orizzonte, nessun rifiuto ragionato, soltanto ignoranza. Un appetito barbaro ed incontrollato, ancorato nell’unica dimensione del presente, una visione immediata, istintiva, disumana di una nazione condannata all’orrore. Il discorso politico è definito dentro un logica di potere, il denaro strumento di corruzione, la solidarietà scomparsa nella diffidenza ed un gesto qualunque compiuto solo in vista di un secondo fine.

La storia raccontata comincia in un resort di lusso, una struttura dotata di ogni comfort, massaggi ed aperitivi serviti a bordo piscina. Un angolo di paradiso in procinto di diventare il crocevia dell’inferno. L’equilibrio si rompe presto quando una telefonata porta la notizia di un lutto. Al contrario del resto della famiglia, ripartita immediatamente per l’Europa, Neil Bennett (Tim Roth, già interprete di Chronic), decide di restare in Messico ed allaccia un affaire con una ragazza del posto. Ed lascia che ad occuparsi del resto sia sua sorella Alice (Charlotte Gainsbourg), con il ricorso alla menzogna ed alla fuga delle responsabilità. Ormai disinteressato alla vita, il protagonista sembra guidato dall’indolenza e passa il tempo a bere birre sulla battigia e mangiare pesce al ristorante, un corpo in balia delle onde. Oltre al comportamento inaccettabile a complicare il quadro c’è una grossa eredità, tra denaro, titoli azionari e la proprietà di un’azienda leader nella macellazione di carne suina, giusto per non lesinare di metafore.

Nel suo ritratto in nero Franco gioca spesso la carta della critica sociale come alibi per coprire azioni abbiette, come nel precedente Nuevo Orden, premiato a Venezia con il gran premio della giuria. Continua a prediligere la descrizione di figure dell’alta borghesia consumate dagli eccessi alcolico/farmacologici o/e dal logorio egoistico del comando, e quindi ridotte alla quintessenza malvagia dell’uomo. Esaspera questo lavoro di sottrazione fino ad eliminare le sfumature, ed ottiene dei fantocci crudeli, manovrati da una fame insaziabile. Una rilettura del contemporaneo cruda e spietata.  Si dimentica quel mondo che lotta, e spera ed ha voglia di innamorarsi, il lato vitale di un pianeta uscito dalla barbarie, e si batte giorno dopo giorno contro i demoni vomitati dall’odio, un territorio del quale non sembra avere nessun sentore, accontentandosi di riportare una versione parziale, e di comodo, adoperandosi con grande capacità registica a diffondere messaggi desolanti fino al più piccolo dettaglio. Sorvolando sulle rovine con un certo compiacimento consapevole, coinvolgendo nel disastro uomini donne e ragazzi, tutti assolti per un crimine di cui la vittima è unico testimone suicida. Come se le sue ombre potessero sopravvivere senza la luce che le emana. Sembra triste, ed in effetti viene voglia di correre via lontani.

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
1.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.33 (3 voti)
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