Suole di vento, di Felice Pesoli

Scorre come un fiume senza ostacoli e il bianco e nero della fotografia attualizza i tempi in parallelo con il gran lavoro di ricerca d’archivio. Fuori concorso doc al #TFF38.

Guardare le immagini del film di Pesoli, dedicato a Goffredo Fofi, significa confrontarsi con una figura multiforme del panorama culturale italiano, diviso tra cinema e politica attiva, non quella dei partiti, o forse, meglio, riconoscibile in quell’amalgama, oggi solo frutto di ricordi, tra cultura e politica, o ancora meglio, in quella prospettiva in cui la cultura è politica. Prospettiva, oggi, ormai antica di cui Goffredo Fofi, umbro di Gubbio, ma cittadino del mondo per elezione, resta uno degli ultimi testimoni.

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Sembra muoversi, di nuovo la porta girevole del tempo, scorrendo le immagini che ricompongono la biografia, ricca ed emozionante, di Goffredo Fofi, dall’oggi dimenticato Danilo Dolci – triestino che dalle sponde friulane seppe lavorare politicamente in un sud tanto profondo quanto doloroso all’epoca – personaggio di forte fascino, tanto da attrarre nella sua sfera d’influenza il giovane Fofi. Dedicò più di un anno a quel lavoro immane che tra Palermo e Trappeto si fece in quegli anni per restituire dignità a quelle persone che sembrava l’avessero perduta. Pesoli affida il suo film alle parole di un ottuagenario vivace e giovanile come Fofi, parole e concetti che si fanno (auto)ironici, divertenti, sapienti, sempre accompagnati da acute e fulminanti analisi politiche. Intellettuale originale, non laureato alla scuola istituzionale, ma plurilaureato in quella più impegnativa di una vita errante, camminata su quelle suole di vento di rimbaudiana memoria, fondatore instancabile di riviste: Il nuovo spettatore cinematografico, Ombre rosse, Quaderni piacentini, La linea d’ombra, Lo straniero, La Terra vista dalla luna e poi scrittore, di cinema, di Totò per la sua amicizia con Franca Faldini, catalizzatore di esperienze politiche attorno alle sue riviste, vera enciclopedia di aneddoti politici e non nella sua chiacchierata di ottanta minuti con Pesoli (ma quanto avremmo voluto che durasse almeno altre due ore questo film!).

Ci sono figure, nel panorama culturale italiano, che hanno significato molto per molti di altrettante generazioni e Goffredo Fofi con la sua furia distruttiva di miti – basta leggere le sue recensioni degli anni ‘70 per trovare insospettabili demolizioni per i cinefili di oggi – ha significato un pezzo di rivoluzione culturale in questo Paese così assuefatto ad una cultura accomodante da salotto buono, da estremizzazione di un politicamente corretto che rende insipidi tutti i discorsi – la cultura è litigio, è stato bello litigare, dice ad un certo punto nel film Fofi, e poi riconciliarsi – rendendoli anodini e privi di effetto. Perché la cultura è scontro, ma è anche studio ed è, infine, anche “rompere i coglioni”, essere scomodi. Così uguale e così diverso da Pasolini, con il quale non legò mai in modo definitivo, Fofi cerca lo scandalo culturale, la provocazione intellettuale, la fine battaglia culturale combattuta in punta di fioretto, ma con quella raffinata cultura popolare che diventa politica dell’agire. Il film di Pesoli, scorre come un fiume senza ostacoli e il bianco e nero della sua fotografia, attualizza i tempi in parallelo con un altro (ancora una volta) gran lavoro d’archivio che va dalle immagini dimenticate di Danilo Dolci, a quelle del post terremoto del Belice nel 1968, alle lotte studentesche del ’68 e a quelle successive del ’77, alle immagini dei nostri emigrati dal sud a Milano e Torino, città questa d’elezione per il giovane Fofi degli anni ’60. In quella città, come racconta, conobbe mezza Resistenza che poi, formata da intellettuali, riversava le proprie idee nelle prime riviste che Fofi fondava mettendo a frutto la propria esperienza, la propria cultura e le proprie idee. Suole di vento, diventa così racconto politico e contribuisce alla fama di Fofi, e alla sua figura di intellettuale scomodo e distante da ogni moda, da ogni ideologia, pronto a rivendicare la sua cultura cattolica d’origine e quella di appartenenza giovanile con in tasca la tessera del Partito Socialista, per lui che dialogava con i cattolici e con Lotta continua e che oggi, all’edicola legge l’Avvenire. Forse lo aiutava in questo la sua formazione di maestro parola che più volte durante il film viene fuori. La sua capacità di lavorare con i bambini e di affascinarli deriva da questa formazione ed è forse grazie a queste attitudini culturali che il suo sguardo, ancora oggi vivace e curioso anche sul mondo, si è fatto sempre ampio sapendo assorbire dal mondo tutte le possibili sollecitazioni.

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Felice Pesoli, con la sua intuizione che sta a metà tra la ricostruzione di un’epoca e il profilo biografico di Fofi insostituibile figura di lavoratore culturale nel panorama politico e sociale italiano, ha, al contempo tratteggiato con sintesi davvero ineccepibile e altrettanta godibilità visiva, il profilo di una società, come quella italiana, piena di vuoti e di contraddizioni, di ingiustizie più volte rimarcate nella lunga conversazione con Fofi, quelle stesse ingiustizie che ancora, non sanate, si perpetuano, sotto altre vesti e forme.

È per tutte queste ragioni che mentre scorrono le immagini di questo film, la mente non sembra essere assorbita dai fatti del passato, ma quelle immagini si fanno proiezione del futuro, immaginando quanto ci manca, ma soprattutto quanto ai giovani manca tutto questo, in un universo come quello di oggi, troppo spesso racchiuso solo dentro uno schermo e una tastiera. Non più suole di vento, ad andare ad incontrare il mondo e farsi sbattere in faccia magari merda e fiori, non più slogan e lavoro dentro i tuguri dei poveri, ma immaginazione edulcorata tra le dita che non sanno afferrare il vento.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.33 (3 voti)
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