Taipei Suicide Story, di KEFF

Attraverso la distopia, il film, disponibile su Mubi, rievoca l’alienazione urbana del cinema di Edward Yang, rileggendola alla luce dei cambiamenti dell’attuale sfera politica taiwanese

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In Taipei Suicide Story KEFF si serve della distopia non solo come mezzo per raccontare una storia calata nel più profondo realismo, ma come veicolo attraverso cui restituire, per immagini, una rappresentazione reale dei disagi vissuti dalle nuove generazioni nell’odierna Taipei. Di conseguenza, l’hotel in cui si dispiega il racconto – un albergo deputato ad accogliere tutti coloro che intendono suicidarsi – diviene lo strumento di accesso ad un mondo diegetico “parallelo”, con regole, codici e convezioni sociali alternative alla realtà, che consentano alla narrazione di svilupparsi, nel contempo, in un contesto politico/culturale analogo a quello realmente vigente. Nel presentare la storia di un incontro, quello tra Zhi-Hao, receptionist dell’albergo, e Jun-Ting, giovane cliente spaventata dalla prospettiva del suicidio, il film ragiona sull’influenza che i legami umani, sia essi estemporanei che continui nel tempo, esercitano sulla definizione della soggettività di un individuo, la cui formazione identitaria non può che configurarsi a partire dagli effetti dell’interazione.

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Prima di stabilire un connessione emotiva con la vulnerabile ragazza, Zhi-Hao è, infatti, il ritratto della resistenza al cambiamento. Se, inizialmente, lo osserviamo svolgere le sue mansioni con professionalità, con rispetto per i corpi senza vita dei clienti, da cui mantiene sempre una certa distanza (sia fisica, sia emotiva), nell’istante in cui entra in contatto con Jun-Ting, sembra perdere quell’alone di freddezza e cinismo, dissolto anzitempo dal calore di un legame inaspettato. Ed è qui il dissidio interiore della ragazza, mossa da una solitudine esistenziale a cui trova l’antidoto nell’unico luogo dove può liberamente esprimere i propri disagi, a spingere il protagonista verso una messa in questione di sé stesso, e ad una rivalutazione, insieme al suo universo di valori, dell’intero percorso che lo ha condotto ad accettare un mestiere dagli effetti deumanizzanti. Ma quello che Taipei Suicide Story vuole qui asserire, non è l’unilateralità del rapporto, ma la reciprocità delle influenze che un incontro genera su ambedue le parti. Analogamente a Zhi-Hao, di fatto, anche Jun-Ting, nell’interfacciarsi con un uomo sconfitto dalla vita, che ha accettato di soccombere all’azione alienante della metropoli moderna rinunciando al diritto di un’esistenza felice, è costretta ad abbandonare lo spirito recalcitrante, per assumersi, definitivamente, la responsabilità di un gesto irrevocabile.

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Nel presentare un simulacro di realtà, dove la distopia funge da strumento di rappresentazione di uno scenario urbano deviante, KEFF, inoltre, assume come referente meta-narrativo i codici del “nuovo cinema taiwanese” anni ’80, per adattarli al panorama contemporaneo. In un clima di tensione sociale come quello di Taiwan, dove le rivendicazioni politiche del gigante cinese – numerose sono state, negli ultimi tempi, le incursioni marine o aeree nell’isola – spingono la popolazione alla cautela, ecco che il film intreccia il proprio racconto in un “rifugio sicuro”, in interni da cui raramente si evade. Se, allora, in Terrorizers o Taipei Story lo sguardo sull’alienazione giovanile può essere filtrato attraverso le superfici riflettenti della metropoli, contro sui si stagliano i disagi esistenziali dei personaggi, adesso in Taipei Suicide Story, coerentemente con la rinnovata sfera politica, i conflitti dei protagonisti non più si manifestano negli spazi (esterni) della città, ma in quello interno dell’albergo, luogo elettivo dell’interazione tra due anime alle prese con gli effetti alienanti della modernità.

Disponibile su MUBI (gratis per 30 giorni accedendo da questo link)

 

Titolo originale: id.
Regia: KEFF
Interpreti: Vivian Sung, Tender Huang
Distribuzione: Mubi
Durata: 45′
Origine: Taiwan, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
Sending
Il voto dei lettori
3 (1 voto)
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