Taxisti di notte, di Jim Jarmusch

La notte è attraversata da creature che abitano la terra da secoli, forse dalle sue origini; e da persone comuni che si spostano ogni giorno sulla strada, a bordo delle loro automobili, per destinazioni diverse. Entrambe esseri solitari, che nel corso della vita avranno tantissimi incontri casuali con gente di passaggio che condivide con loro una storia e che lascia una scia evanescente, destinata probabilmente a scomparire all’affacciarsi dell’alba.

Perché i personaggi del cinema di Jarmusch appartengono a un presente che è tale nella misura in cui consente ai fatti di trovare una parziale oggettivazione; allo stesso modo i suoi film sono favole moderne, non certo per la presenza di una morale o di una dicotomia di valori quanto per essere contemporaneamente dentro e fuori la Storia, i generi, i miti. O i fantasmi. Da Elvis Presley a Nosferatu, senza alcuna continuità: “è un grande pentolone” – come dice la prostituta di Daunbailò – che mescola suggestioni e ispirazioni partorite da una mente di stampo americano e culturalmente europea. Del resto questo Taxisti di notte, scritto in poco più di una settimana, somiglia a un’invenzione surrealista, a uno di quei testi buttati giù di getto secondo un processo automatico, e quindi privati di una logica che permetta di costruire un senso a priori; eppure, e proprio per questo carattere etereo e afferrabile a tratti, è in grado di diventare poetico e grottesco, lucidamente amaro e imbevuto ancora di un’innocenza sognatrice.

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La struttura – cinque episodi per altrettante città – è giusto un pretesto per mettere in scena quest’umanità vagabonda, colta in un movimento permanente che non ha direzioni né fine; siamo distanti dal precedente Mystery Train che presentava un intreccio molto più ragionato e chiuso nel suo patchwork di fili (in)visibili che tenevano insieme un bizzarro gruppo di personaggi. Qui invece ciascuno ha il suo palco su cui esibirsi, delimitato all’interno di un mappamondo che gira e si ferma illuminando un punto sulla mappa: Los Angeles, New York, Parigi, Roma, Helsinki. Sono luoghi oltremodo riconoscibili per la loro geografia, che fa un tutt’uno dell’elemento spaziale e dell’aspetto umano: abbiamo il tassista immigrato (Armin Mueller-Stahl) che crede nel sogno americano, chi li edifica (l’agente cinematografica Gena Rowlands) e chi invece è realista o consapevole che sia un’illusione (Winona Ryder); l’esuberanza tipicamente italiana di Roberto Benigni e la desolazione nordica di un passeggero che al termine della corsa scende semi-cosciente e resta seduto in silenzio sulla neve assorto nei suoi problemi.

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Manca a questo riguardo quel bellissimo lavoro di smaterializzazione del paesaggio che aveva interessato le prime opere di Jarmusch e che il regista riprenderà anche in seguito per cui “ogni posto sembra uguale agli altri”. Ai vuoti e alle macerie di organismi urbani in continua trasformazione si sostituisce un’estetica da cartolina armonizzata dalle cromie di Frederick Elmes, che accentuano la sensibilità di uno sguardo – in ciò affine a quello di Wenders – che sa andare al di sotto del limite della coscienza: “certe volte li sento i film, li ascolto”, risponde scocciata la ragazza cieca (Béatrice Dalle) al tassista ivoriano in un cortocircuito linguistico e di senso – “ivoirien” – “il voit rien” – che converge pienamente con il punto di vista di un autore condannato anche lui, come le sue creature, a essere compreso da pochi e a sopravvivere a un tempo appeso tra il quotidiano e un gioco infinito di raccordi esistenziali.

Titolo originale: Night on Earth
Regia: Jim Jarmusch
Interpreti: Winona Ryder, Gena Rowlands, Roberto Benigni, Paolo Bonacelli, Béatrice Dalle, Matti Pellonpää
Durata: 129′
Origine: USA, Giappone, Francia, Regno Unito, Germania 1991

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.5 (2 voti)