Ted Lasso

La serie comedy del momento conquista per la sua contagiosa umanità, divertendo ma affrontando questioni inedite del mondo sportivo. La serie sul calcio di cui non sapevamo di avere bisogno

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We’re Richmond till we die!

We know we are!

We’re sure we are!

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Ted Lasso è una delle serie comedy di maggior successo degli ultimi anni, oltre ad essere una delle più premiate ed amate da pubblico e critica, considerata l’incetta di premi tra Emmy e Golden Globe. Eppure, tutto era iniziato come uno scherzo. Nel 2013 l’ex SNL Jason Sudeikis ha creato il personaggio di Ted Lasso come testimonial pubblicitario per la copertura della Premier League da parte di NBC Sports. Un allenatore di football americano che viene ingaggiato per allenare una squadra della massima serie calcistica inglese. Niente di più semplice ed assurdo allo stesso tempo. Ben consapevole del potenziale comico del personaggio di Sudeikis, nel 2017 Apple Tv+ incarica Bill Lawrence di sviluppare una serie tv. Il creatore di Scrubs, capolavoro seriale a tema ospedaliero, decide di utilizzare il medesimo tono dissacratorio per analizzare e parodiare l’universo calcistico britannico. Ma mentre nel caso di Scrubs è partito da un filone consolidato come quello del medical drama, con Ted Lasso ha dovuto navigare in acque sconosciute e quasi inesplorate. Il calcio non è mai stato tradizionalmente uno degli sport meglio rappresentati al cinema o alla televisione – se non per i documentari con immagini di repertorio – al contrario ad esempio della boxe o del football americano. I motivi sono tra i più disparati; da un lato lo scarso interesse americano e di conseguenza di un colosso come Hollywood, dall’altro la storica difficoltà a rendere veramente realistica e credibile una partita di calcio, tutto con le dovute eccezioni. Per questi motivi spesso ci si è concentrati più su tutto quello che gira intorno al calcio piuttosto che al calcio stesso. Ma al giorno d’oggi il calcio televisivo ha una resa cinematografica impeccabile con tanto di droni, carrelli laterali ed alta definizione. La spettacolarizzazione calcistica televisiva ha quindi raggiunto quella cinematografica ma senza ancora riuscire ad incontrarsi. Il punto d’incontro potrebbe essere proprio Ted Lasso, infatti pochi mesi fa Apple Tv+ ha siglato uno storico accordo con la Premier League che permetterà per la prima volta, in occasione della terza stagione, di avvalersi di filmati di archivio, loghi e divise ufficiali del massimo campionato inglese. D’altronde, la linea era stata già segnata in occasione di un video promozionale per il lancio della prima stagione, quando in una telefonata a dir poco vertiginosa, Ted ha contattato José Mourinho, un personaggio che più di chiunque altro appare agli antipodi rispetto al collega yankee.

La prima cosa che colpisce di questa serie, oltre ai Sex Pistols nella scena d’apertura, è la meravigliosa umanità del suo protagonista, un personaggio buono e divertente caratterizzato da una profonda quanto celata malinconia che fuoriesce progressivamente nell’arco delle due stagioni. Ted Lasso abbandona gli Stati Uniti perché ingaggiato dalla presidente dell’AFC Richmond, ma innanzitutto lo fa per lasciare spazio alla moglie, sacrificando in questo modo il rapporto con il figlio. Nonostante ciò Ted avrà sempre un atteggiamento irrimediabilmente positivo, con un largo sorriso sotto i baffi e la battuta sempre pronta, magari citando uno qualunque dei suoi infiniti riferimenti di pop culture spalleggiato dall’inseparabile Coach Beard (Brendan Hunt). Ted è una terapia del sorriso, un vaccino contro la tristezza, così come lo sono i deliziosi biscotti al burro che si ostina a preparare ogni mattina per la sua presidente, conquistandola giorno dopo giorno. Un personaggio di questo tipo rischia di risultare stucchevole, e a tratti ci riesce, ma è il ricco contorno di comprimari a contrastare e quindi valorizzare l’approccio del protagonista. Ognuno dei personaggi della serie indossa una maschera protettiva, nascondendo in questo modo la migliore parte di sé, quella più vulnerabile. Rebecca (Hannah Waddingham) assume un coach americano per portare la squadra alla retrocessione in modo da far soffrire l’ex marito, il giovane bomber (Phil Dunster) dall’atteggiamento tronfio e borioso che nasconde una fragilità dovuta agli abusi paterni, il burbero capitano frustrato sul viale del tramonto (Brett Goldstein), l’assistente talentuoso ma timido e quindi bullizzato (Nick Mohammed). Ted stravolge la vita di ognuno di loro e di molti altri, con un approccio dolce ma instancabile, insegnando il valore di una sconfitta quanto l’importanza di lasciarsela alle spalle: “Qual è il pesce più felice al mondo? Il pesce rosso, perché ha una memoria di dieci minuti. Siate dei pesci rossi”. Un americano con questo atteggiamento è evidentemente in antitesi con la sua stessa natura votata al culto della vittoria, un soggetto alieno in patria come in terra straniera, della quale dopo due stagioni non riesce ancora a comprendere l’insano amore per il tè, che definisce spietatamente “acqua sporca”.

Se nella prima stagione la serie ha giocato sul sicuro all’interno dei seppur labili confini della comedy, la seconda affronta tematiche inedite e spinose all’interno dell’universo sportivo. Non a caso la stagione inizia proprio con la morte della mascotte del Richmond, un levriero ucciso involontariamente dal rigore di un giocatore. Questo avvenimento introduce Sharon (Sarah Niles), la terapeuta e mental coach che diventerà una sorta di rivale per Ted, una donna che oppone all’approccio empatico ed empirico di lui un rigore professionale e scientifico. La questione della salute mentale nel mondo dello sport viene sviscerata accuratamente, sia attraverso le crisi di panico di Ted sia con i continui colloqui della dottoressa con i giocatori della squadra. Un intero episodio ambientato durante un funerale è dedicato all’elaborazione del lutto paterno, in particolare una sequenza molto intensa unisce due discorsi speculari di Ted e Rebecca. Questa stagione approfondisce persino l’aspetto politico relativo ai diritti civili, soprattutto grazie all’esplorazione di Sam (Toheeb Jimoh), giocatore nigeriano profondamente orgoglioso delle proprie origini. In questo senso la realtà ha ancora una volta anticipato la finzione quando Sudeikis, durante la premiere della seconda stagione, ha deciso di indossare una maglia per sostenere i giocatori neri della nazionale inglese bersagliati da insulti razzisti dopo gli errori nella finale degli europei contro l’Italia. Ognuno di questi aspetti testimonia la maturità raggiunta da una serie iniziata come un semplice scherzo, ma che si è trasformata lentamente in una originale sport dramedy ancora estremamente divertente.

Nell’arco della seconda stagione ogni personaggio assume uno spessore diverso, non sono più semplici sagome monodimensionali ma soggetti unici esaltati e valorizzati da una narrazione orizzontale. Tra tutti è senz’altro impressionante la crescita di Nate, il magazziniere timido promosso assistente che viene supportato e spronato a credere in sé stesso per tutta la serie. La buona notizia è che la missione può considerarsi compiuta, la brutta è che Ted ha generato un vero e proprio mostro. Nate è il villain perfetto, il compagno traditore e disertore passato alla concorrenza, quindi il rivale ultimo per la terza stagione. Nate si è fatto odiare in ogni modo possibile dallo spettatore, ma dopo quello sfogo finale così disperato è inevitabile domandarsi come sarebbe stato trovarsi nei suoi panni, come sarebbe stato se la serie avesse avuto il suo nome nel titolo.

Ted Lasso riesce nel tentativo di fondere la comicità americana e quella tipicamente inglese, con una narrazione opposta allo standard cinico dei nostri tempi, affezionando lo spettatore e contagiandolo di buon umore. Ted Lasso è la storia di un uomo spezzato che accetta una sfida impossibile dall’altra parte del mondo, ma è innanzitutto la storia di un amante della beatbox e degli NSYNC. Il riscatto sportivo è solamente un pretesto narrativo per mettere in scena quello collettivo e individuale di ogni personaggio, con tutte le relative debolezze e difficoltà con cui è facile riconoscersi. Ma il pregio principale della serie è quello di farci sentire parte dello staff di Ted, così come tifosi del Richmond, immaginando di guardare la partita nel pub di Mae con una pinta in mano. Ed è naturale saltare sulla sedia cantando un coro insieme a tutto lo stadio quando alla fine di una corsa interminabile Roy Kent raggiunge il suo unico vero amore, il campo: “He’s here, he’s there, he’s every fucking where! ROY KENT!”.

Nonostante qualche episodio davvero poco riuscito, tra tutti quello di Natale, la seconda stagione conferma quanto di buono visto nella prima e non fa che aumentare l’attesa per l’arrivo della terza. Bill Lawrence e Jason Sudeikis hanno concepito un nuovo mitico eroe televisivo, destinato a rimanere nell’olimpo del genere.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
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Il voto dei lettori
2 (1 voto)
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