Telefilm Festival 2011 – "Xanadu"


Il porno è solo lo sfondo, un pretesto per addentrarsi nella psiche umana, per mettere sotto la lente d’ingrandimento la natura di quelle bestie illogiche che governano il mondo, noi genere umano. Il porno, il sesso più in generale, è lo specchio più sincero di attitudini mentali e indole personale. Dimmi quale feticcio ti eccita e ti dirò chi sei; è forse questo che spaventa nell’erotismo. Può forse non piacere, scioccare ed infastidire, ma Xanadu è un prodotto di altissima qualità e lo si capisce da una singola puntata. Il finale è agghiacciante e straordinario. Non resta che aspettare che arrivi in Italia

 

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Xanadu va affrontato e studiato sotto diversi punti di vista, osservato considerandone i diversi strati e le diverse possibili interpretazioni. Forse la Francia si sta mettendo al passo coi tempi e, per la prima volta, lancia un prodotto telefilmico davvero all’altezza.
Il primo strato, quello più evidente, è quello contenutistico. Una famiglia qualsiasi francese dirige una casa di produzione hard in crisi (il cui nome è, per l'appunto, Xanadu). Come in crisi sono i membri della famiglia. Ci arriveremo.
Il sesso è un argomento sempre scomodo, ancora tabù in molti (forse tutti) paesi europei e non solo. Non importa di cosa tratti, non importa come affronti l’argomento, ma se parli di sesso e lo fai in modo esplicito sta sicuro che avrai l’onore (e il pregiudizio) delle cronache. Mossa astuta e intelligente perché richiama all’attenzione critica e pubblico. E sì, non mancano i nudi e le scene più o meno esplicite, ma senza titubanze si può affermare che il porno è solo lo sfondo, un pretesto per addentrarsi nella psiche umana, per mettere sotto la lente d’ingrandimento la natura di quelle bestie illogiche che governano il mondo, noi genere umano. Il porno, il sesso più in generale, è lo specchio più sincero di attitudini mentali e indole personale. Dimmi quale feticcio ti eccita e ti dirò chi sei; è forse questo che spaventa nell’erotismo.
Il secondo strato è la famiglia; prendere come esempio per antonomasia un nucleo familiare tipo e mostrare, come un esperto riparatore di orologi, quali sono i meccanismi che si sono inceppati. Un po’, sotto certi versi, come Six feet under, capolavoro HBO. Anche lì impresa a conduzione familiare. E, guarda caso, lì si parlava di morte. Eros e Thanatos, due facce della stessa medaglia. Il padre ormai anziano è legato ad un’idea romantica di fare cinema hard, dove la confezione contava tanto quanto il contenuto. Ideologie non più in simbiosi con un mercato che cerca freschezza e novità. E i figli, uno marito tutt’altro che premuroso e l’altro regista naif e scoglionato simile ad uno Bob Dylan giovanissimo, vanno in contrasto con il patriarca, per tenersi a galla. E la madre? Sparita, nel nulla.
Ed eccoci al terzo strato, forse il più interessante. Perché dietro alla figura della madre c’è un alone di mistero degno di un noir di altissima fattura. L’incipit della puntata è un video amatoriale del provino di questa meravigliosa donna (una sorprendente Gaia Amaral, ricordate gli spot tim di qualche anno fa?). E già subito lo spettatore entra in contatto morboso con questa figura, ne è sedotto e terrorizzato. Da questa che, si capisce, è diventata un’icona francese al pari della nostra Moana (emblematico lo scatto inquadrato, durante la mostra finale, che ricalca il primo nudo di Marilyn, poi omaggiato dalla Pozzi). Nella sua tomba vuota, priva di data di morte, l’emblema di un enigma irrisolto. Ciò che, più di tutto, può tenere attaccato allo schermo ogni spettatore.
Infine il quarto strato, da gran gourmet del cinema. Un taglio registico nouvelle vaughiano, camera a mano, immagine un po’ sgranata, talvolta priva di messa a fuoco; assolutamente naturale, affascinante.
La Francia, per elevarsi dall’anonimato televisivo, torna ai grandi fasti del cinema d’autore.
Può forse non piacere, scioccare ed infastidire, ma Xanadu è un prodotto di altissima qualità e lo si capisce da una singola puntata. Il finale è agghiacciante e straordinario.
Non resta che aspettare che arrivi in Italia.
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