TELEFILM – Non sono un numero!

The Prisoner 2009di Federica Biagini

 

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Nel 2009 la rete AMC, che ci ha regalato perle come Breaking Bad e Mad Men, ha prodotto una miniserie in sei episodi, The Prisoner, ispirata all'omonima serie cult inglese degli anni '60, allora interpretata e creata da Patrick McGoohan. Come tengono a precisare gli stessi produttori non si tratta di un remake, ma di una libera interpretazione, che viaggia su binari propri, di alcuni aspetti della serie originale. Chi pensasse di ritrovare lo stile e le atmosfere della serie originale rimarrebbe sicuramente deluso. Ci troviamo davanti infatti ad una rivisitazione in chiave moderna che prevede il rifacimento di qualcosa cambiandone la struttura di base, come sta succedendo sempre più spesso sia sul piccolo schermo (Battlestar Galactica ne è l'esempio forse più riuscito), sia sul grande schermo (ad esempio il controverso reboot di Star Trek). Questa nuova serie non è né migliore né peggiore di quella a cui si ispira, è semplicemente diversa. Il fan della serie cult se ne renderà conto già dalle prime inquadrature col passaggio dalle verdi colline in riva al mare del Galles, usate per il Villaggio nella serie originale, all'infuocato deserto rosso della Namibia. Ci sono ovviamente degli omaggi e delle similitudini, ma più si va avanti con il racconto più ci si allontana dall'originale e la serie riesce a conquistare una sua identità, come cerca di fare lo stesso protagonista lungo tutto l'arco narrativo.

 

Benvenuti al Villaggio

Bisogna sottolineare che un remake sarebbe stato improponibile anche perché Il Prigioniero degli anni '60 era il frutto preciso di un'epoca e da allora sono cambiate tante cose, i parametri culturali, i ritmi e le nostre credenze. In piena guerra fredda, in pieno clima di contestazione, il rischio di uno stato dispotico e The Prisoner_Il Villaggioonnipresente, della repressione della personalità e dell'individualità, della censura e dell'utilizzo della tecnologia per controllare la mente, erano problematiche estremamente sentite dalla gente. Quindi se la versione britannica aveva valenze più socio-politiche, questa americana si concentra principalmente sull'aspetto psicologico, cercando di analizzare la psiche umana, nei suoi meandri più oscuri e vorticosi, evitando paragoni espliciti con la società capitalista di oggi.

La storia è quella di un uomo (interpretato da James Cazeviel) che si risveglia in un luogo misterioso chiamato il Villaggio, e scopre che la sua identità è stata completamente cancellata. Al posto di nome e cognome gli viene assegnato un numero, il Sei. Il Villaggio, una sorta di piccola cittadina autosufficiente con una società fortemente piramidale, in cui le persone vivono ed agiscono come ingranaggi di un meccanismo invisibile ma vincolante, è sotto il comando di Numero 2 (interpretato da Ian McKellen), che avrà qualche difficoltà a controllare il nuovo arrivato. Numero 6 si trova così costretto a vivere in questa specie di non-luogo, abitato da prigionieri ignari, in cui sembra essere l'unico a volersi ribellare. Ma perché ribellarsi a una società dove all'apparenza non esistono problemi e dove tutti sembrano felici? O forse c'è dell'altro?

In sei intensi episodi le domande che ci troveremo davanti non saranno solo queste, ma saranno molte, varie e complesse e spesso di difficile risposta. Domande del tipo: se dovessero toglierti tutto, la tua vita, il tuo mondo, i tuoi ricordi e perfino il tuo nome, cosa resterebbe di te? Cercheremo inoltre di scoprire chi sono Numero 6 e Numero 2, perché si trovano lì e cos'è veramente il Villaggio.

Il finale inaspettato, non del tutto risolto e anche un po' caotico, ma decisamente affascinante e ipnotico, non viene esplicitato se non indirettamente, lasciando buona parte dell'interpretazione allo spettatore. Questo è senz’altro un punto di forza.

 

Un film a puntate

Superato lo scoglio della prima puntata che risulta un po' ostica e lenta, le spettatore si ritroverà piacevolmente sorpreso e appagato, sia narrativamente che visivamente, da un'opera che sa catturare e coinvolgere e sa farlo con qualità e con una realizzazione tecnica eccellente.

The Prisoner_Numero 6Il format della miniserie funziona benissimo, perché elimina quasi tutti i difetti classici delle serie tv alla “si sa quando iniziano e non si sa quando, se e come finiranno”. La breve durata contribuisce a creare un’aspettativa che non viene delusa da un'attesa infinita.

La recitazione dei protagonisti risulta convincente durante tutti e sei gli episodi. Tra le interpretazioni spicca su tutte quella di uno straordinario Ian McKellen nell'interpretazione davvero superba del ruolo di Numero 2. James Cazeviel a volte sembra un po' ingessato e inespressivo, resta da capire se la cosa sia voluta o meno, ma riesce quantomeno a non risultare antipatico nel ruolo del bello e sempre nel giusto di turno. Il resto del cast è composto da bravi attori, tra cui si distingue Lennie James (Robert Hawkins di Jericho) nel ruolo del tassista, e il giovane Jamie Campbell Bower (Harry Potter, Twilight) che interpreta 1112, il figlio di Numero 2.

In sintesi una serie criptica, esasperatamente complicata per scelta, affascinante, a tratti visionaria, ma con un contenuto e un filo logico direi più che soddisfacenti. È quindi perfettamente comprensibile che molti non l'abbiano apprezzata. Lo stesso pubblico americano l'ha accolta con freddezza, perché è parecchio fuori dagli schemi del prodotto d'intrattenimento seriale classico. Bisogna comunque ricordare che la miniserie è stata prodotta ed è andata in onda su un canale della tv via cavo e quindi non ha certo delle aspirazioni generaliste in fatto di pubblico, come hanno le serie che vanno in onda sulla tv in chiaro. Non è sicuramente una serie di puro intrattenimento per rilassarsi la sera dopo cena. Se ci si avvicina ad essa con lo spirito giusto la serie saprà colpire nel segno e permetterà allo spettatore di immergersi in un mondo, forse a lui sconosciuto, lontano da quello delle serie tv a cui siamo abituati.

 

A cura di www.telefilmmagazine.com