TELEFILM – Un Nobel e due facce

Breaking Baddi Andrea Boido

 

Nell’85 i Fools ebbero un discreto successo con un pezzo dal titolo suggestivo: «Life sucks, then you die». La vita fa schifo, e poi muori. Una di quelle frasi che, pur nel loro ingenuo cinismo, non si fanno dimenticare e presto diventano uno slogan. Walter White però non la definirebbe cinica né tantomeno ingenua. La sua vita fa effettivamente schifo. E sta per morire.

 

La svolta

Walter White è il protagonista di Breaking Bad, la serie con cui AMC ha cercato di bissare il successo di Mad Men e stabilire definitivamente il suo status di network votato alla qualità, in arrivo dal 15 novembre ogni sabato alle 22.50 su AXN. Tentativo riuscito, a giudicare dai due Emmy conquistati e dalle ottime critiche ricevute. Breaking Bad ci racconta alcuni giorni nella vita di Walter, un cinquantenne con un grande futuro alle spalle. Nell’85 ha partecipato ad una ricerca che si è guadagnata il premio Nobel e tutto quello che gli resta di tanto successo è una targa appesa al muro. Le promesse portate dal suo enorme genio nel campo della chimica si sono dissolte nel nulla. Quando lo incontriamo, Walter è nel giorno del suo cinquantesimo compleanno, ha qualche chilo di troppo, il colesterolo alto e una routine familiare cristallizzata nella noia. Insegna chimica in un liceo di Albuquerque ad un gruppo di studenti che lo fissa con aria assente ed è costretto ad un secondo e spesso umiliante lavoro come lavamacchine. La svolta, però, è dietro l’angolo, solo che è negativa: gli viene diagnosticato un cancro non operabile ai polmoni. Due anni di vita, nella migliore delle ipotesi. La sua reazione non è tra le più comuni: contatta un suo ex allievo ora nel giro della droga e forma una società per la produzione e lo spaccio di metanfetamina. Anzi, delle migliori metanfetamine mai sintetizzate, giusto per dare finalmente uno sfogo al suo genio frustrato.

Breaking BadÈ probabile che l’idea di un rispettabile piccolo-borghese bianco che mette in piedi uno smercio di droga vi faccia venire alla mente Weeds, ma sareste completamente fuori strada. Breaking Bad non somiglia in nulla alla fortunata serie di Showtime. Nel tono, nel ritmo e nell’atmosfera ricorda molto più da vicino un paio di capolavori dei fratelli Cohen: alcune immagini paiono arrivare direttamente da Non è un paese per vecchi, ma il modello di riferimento è soprattutto Fargo. La pellicola dei Cohen puntava senz’altro più in alto, ma anche Breaking Bad vuole sottolineare l’irrimediabile mediocrità se non del Male, almeno di chi lo compie. E anche in questo caso non manca una vena inesauribile di umorismo nero come la pece, anche se è davvero difficile piazzare la serie da qualche parte all’interno del genere commedia.

Il creatore, Vince Gilligan, ha un lungo passato come autore e produttore esecutivo di X-files, e anche in questo caso c’è un mistero che accompagna più o meno tutti i sette episodi della prima stagione: perché Walter decide di reagire alla diagnosi scegliendo la via del crimine? È un brav’uomo che cerca soldi facili e veloci, così da garantire un futuro alla sua famiglia? È un frustrato che ad un tratto esplode come il Michael Douglas di Un giorno di ordinaria follia? Nelle ultime puntate una risposta arriva, ma in qualche modo si fa fatica a prenderla per buona, forse perché Walter White sembra una persona troppo complessa per agire in base ad una sola motivazione. La drammatica diagnosi che riceve non ha in alcun modo l’aria di essere un interruttore che fa scattare qualcosa, tutt’altro. Il protagonista appare già lanciato verso il basso da decadi ormai e il cancro sembra solo una scusa che gli consente di provare a vedere quanto ancora può scendere prima di toccare il fondo. Quello che Breaking Bad racconta, in definitiva, è una spettacolare ed interminabile serie di scelte assurdamente errate che non è certo iniziata di recente; in fondo, deve essere ben lungo il viaggio che parte dai pressi del Nobel e ti porta, nel giro di vent’anni, a cucinare metanfetamine in mutande nel mezzo del deserto.

Breaking BadSono proprio queste vaste zone d’ombra a rendere Walter White un personaggio dotato di uno strano ed irresistibile fascino. È un uomo tutto sommato mediocre, a tratti riesce ad essere anche inquietante, eppure si ha una gran voglia di salvarlo e di vederlo risalire verso la cima. Il merito va anche, se non soprattutto, all’interpretazione da Emmy di Bryan Cranston. Breaking Bad è il suo piedistallo e, allo stesso tempo, si regge completamente sulle sue spalle. Chi lo ricorda nei panni del papà di Malcolm nella serie omonima probabilmente faticherà a riconoscerlo e non solo per i baffi e qualche chilo in più. Cranston dà vita ad un personaggio che mostra mille sfumature e dà l’idea di averne altrettante nascoste; assieme ad Aaron Paul (visto in Big Love) forma una strana coppia di perdenti impegnati a sorreggersi a vicenda nel caos delle loro vite. O a trascinarsi ancora più in basso. Sono loro il cuore di Breaking Bad, una serie per molti versi unica che miscela commedia nera e dramma in una formula che dà dipendenza, anche se non immediata. Chi l’ha prodotta ha avuto una dose non comune di coraggio che è il caso di premiare almeno con una visione.

 

 

Le cinque cose

 

“Breaking Bad” in slang indica lo stato di una persona che di colpo muta in maniera radicale la sua condotta, compiendo azioni spesso di natura violenta o criminale.

 

Il giovane attore RJ Mitte, che in Breaking Bad interpreta in maniera magistrale il figlio disabile di Walter, è realmente affetto da paralisi cerebrale.

 

La vicenda si svolge ad Albuquerque. Dalla stessa città parte l’indimenticabile viaggio di Little Miss Sunshine, film in cui ha recitato Bryan Cranston.

 

In originale, il secondo episodio s’intitola Cat’s in the bag e il terzo …and the bag’s in the river. Unite, formano una citazione dal film noir del ’57 Piombo rovente.

 

Se vi siete mai chiesti esattamente quali materiali sciolga l’acido, nel secondo episodio c’è la risposta. Non ve la dimenticherete mai, garantito.

 

A cura di www.telefilmmagazine.com