Terminator – Destino oscuro, di Tim Miller

Chiunque abbia familiarità con i film sui viaggi nel tempo sa che il destino resiste ai tentativi di cambiarlo nel passato. La saga di Terminator non fa eccezione e lo sforzo di continuarla aveva reso la sua evoluzione molto ingarbugliata. Genisys (2015) aveva spiegato che la resilienza di Skynet aveva fatto programmare l’arrivo dal futuro di molti T-800. I cyborg si presentavano in decenni diversi ma avevano la stessa missione. John Connor doveva morire prima della sua ascesa a leader della resistenza degli uomini contro il dominio delle macchine.

Uno di loro alla fine ha portato a termine il suo compito, anche se era stato mandato da un’epoca che non è si è mai compiuta perché gli eventi di Judgement Day (1992) l’avevano scongiurata. Il sesto film del franchise ha acquisito i mezzi narrativi per azzerare ogni volta tutta la precaria continuity che si era accumulata negli anni. Dark Fate prosegue l’abitudine di smentire i film che lo avevano preceduto e rinforza l’idea di un multiverso impazzito. Ogni terminator spedito per eliminare John Connor o sua madre può dare vita ad un’ipotesi di sceneggiatura che ha solo due costanti da rispettare.

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Per cominciare, l’umanità riesce sempre a sviluppare una tecnologia militare che prima o poi finisce per distruggere tutta la civiltà in carne ed ossa. Inoltre, ogni scenario offre un condottiero pronto ad organizzare una ribellione risolutiva. L’identità e la forma dei due contendenti è indifferente: il loro scontro può essere posticipato nel tempo ma non può essere evitato. In questo modo, la situazione di partenza dell’assassinio preventivo escogitato da una delle innumerevoli versioni di Skynet è continuamente garantita. In più, l’esigenza di cancellare un approccio che non aveva funzionato con il pubblico era più che mai necessaria.

Infatti, Dark Fate celebra soprattutto il ritorno di James Cameron al timone di questa operazione di rilancio dei suoi personaggi. La presenza dell’abile ricostruttore David S. Goyer nel pool degli sceneggiatori è l’indizio di una precisa volontà di impostare un nuovo universo narrativo con altri attori in scena. La mano di entrambi si fa sentire soprattutto nella scelta dell’elemento fondamentale su cui far poggiare la loro rinnovata epopea. Il ritmo incalzante dei primi due film è l’obiettivo che Dark Fate si pone di raggiungere. La scommessa è che sarà l’emozione di un last minute rescue senza sosta a consolidare il carisma della nuova generazione di eroi e non il contrario.

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Tim Miller si mette devotamente al servizio di un progetto che prevede soltanto di aggiornare uno schema preciso e consolidato. Il regista aveva già assecondato la verve irriverente di Deadpool (2016) con uno stile adeguato alle sue imprese comicamente eroiche. In questo caso, si mimetizza senza imbarazzo in un film che gli chiede di rinfrescare dei deja vu senza nemmeno eccedere con la tecnologia. Dark Fate utilizza gli effetti speciali in modo utilitario e mai per mero esibizionismo. Judgement Day era stato lo spartiacque tra il cinema fotografico e quello del morphing digitale ma aveva anche creato un equivoco. I suoi sequel erano inevitabilmente appesantiti dall’insostenibile responsabilità di mostrare lo stato dell’arte del medium.

Dark Fate cerca di lasciarsi alle spalle anche la riflessione sui rapporti tra uomo e macchina senza abbandonarla del tutto. Infatti, il tema è centrale in tutto il cinema cameroniano e anche qui lascia delle tracce evidenti. Il nuovo angelo custode è un umano implementato molto simile a quello di Alita (2019) e come lei non può superare del tutto i suoi limiti fisiologici. Le soggettive del T-800 tradiscono un’interfaccia eighties che aumenta la percezione della vecchiaia del suo involucro di carne. I confini sempre più labili tra due nemesi predestinate sono ancora un tema portante ma non sono più l’unico. Ormai, il futuro automizzato è una realtà fattuale che non incute più lo stesso timore sulla sua natura distopica.

La struttura più agile del film manca di originalità ma la ripetizione delle fughe e degli inseguimenti è abbastanza divertente e coinvolgente. Il discutibile senso dell’umorismo di Arnold Schwarzenegger e la parte da vendicatrice solitaria di Linda Hamilton fanno da appoggio al nuovo cast. Infatti, l’eroina del film è una ragazzina messicana che deve essere messa sotto tutela dagli attacchi di un Rev9 mutaforma. Il segmento più interessante del film è la sua peregrinazione insieme alla sua scorta improvvisata verso il confine con gli Stati Uniti. Il gruppo viene intercettato dalla polizia di frontiera e l’attesa dell’arrivo inevitabile del sicario di Skynet si consuma in un infame campo di prigionia, tra una folla di reietti senza speranza. Il cyborg fa strage di secondini insensibili e di funzionari spietati mentre i fuggiaschi liberano le gabbie. Il riferimento all’atroce attualità trumpiana non è casuale: un mondo del genere si merita davvero la salvezza?

 

Titolo originale: Terminator: Dark Fate
Regia: Tim Miller
Interpreti: Linda Hamilton, Mackenzie Davis, Arnold Schwarzenegger, Natalia Reyes, Gabriel Luna
Distribuzione: 20th Century Fox
Durata: 128’
Origine: USA, 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.2 (5 voti)