Terra Bruciata!, di Luca Gianfrancesco

All’armistizio firmato dall’Italia con gli alleati l’8 Settembre 1943 fecero seguito da parte dei tedeschi tutta una serie di episodi di violenza. Luca Gianfrancesco in Terra Bruciata!, con l’aiuto di testimonianze documentali e delle voci di alcuni dei superstiti dell’epoca, cerca di far luce sull’impatto dell’invasione nazista della penisola, l’operazione Achse, l’indomani dell’accordo, nella Terra di Lavoro, una regione storico geografica risalente ai tempi del Regno di Napoli, focalizzando l’attenzione sui comuni campani centro settentrionali.

Le sequenze ricostruite sono state realizzate in alternanza ed a complemento dello spazio dei ricordi dai quali prendono ispirazione, attraverso i racconti lucidi dei protagonisti. Lascia basiti, considerando i tempi siderali, in un metro di valutazione temporale 2.0, questo esercizio di memoria indelebile, scritto dalla paura e dal dolore, che, di fatto, ne impediscono l’oblio. La parte di finzione è costruita attraverso il ricorso a prove attoriali di marcata derivazione teatrale, l’enfasi dei gesti, il palcoscenico naturale spalancano l’accesso al momento immersivo, costituiscono la scorciatoia visiva del recinto di barbarie, ma è dagli occhi, dalla voce sommessa di quello che era un bambino a tracciare un solco profondo.

Dagli archivi polverosi spuntano prove circostanziate di responsabilità a volte neanche coperte, spesso dimenticate, travolte da un trauma cieco nel rifiuto di vedere altro orrore. La negligenza istituzionale, seguita ad un primaria rimozione delle macerie umane e materiali negli anni successivi ad un’elaborazione del lutto, sente l’eco instancabile della richiesta una tardiva ammissione delle colpe.

Privazioni, sottomissione, non sono l’ovvio esercizio, stanco, di una continua ricerca d’identità nel passato, un nuovo indistinto di corpi in procinto di sgretolarsi, semmai rappresentano il collante impresso sulla carne viva, il pungolo esistenziale, l’allarme tornato a suonare un attimo dopo aver recuperato il minimo delle forze per mormorare delle rimostranze. E nel sentiero aperto da una temeraria, il folle apostolo delle vittime di un destino iniquo, hanno cominciato a camminare altri martiri del conflitto, condannati a portare in eredità, dentro un mondo distratto dal depistaggio mediatico, abituato ai plateali assunti virali, la nicchia composta nell’orrore delle ferite di guerra.

L’unico argine al sopruso nazista, nello specifico del documentario, dilagante nei comuni a ridosso della linea Gustav, approntata dai tedeschi per rallentare la risalita degli alleati, era nell’accettazione passiva o nella fuga tra i boschi, soprattutto della parte maschile della popolazione, germi di lotta partigiana, per evitare le rappresaglie sanguinose ad ogni minimo principio di insubordinazione. Uno scenario filmico di desolazione trova beffarda aderenza nello spopolamento al quale questi territori martoriati furono condannati, dopo la distruzione indiscriminata del tessuto socio economico e permette al regista di restituire quel senso di abbandono, di impotenza che si impadronì di loro dopo il sostanziale smantellamento dello stato. Senso di solitudine duplicato dalle stanze private, lontane dai rumori della battaglia, scelte per evocarne le memorie sepolte, insieme ai morti, nel blackout delle coscienze.

Una ricerca dal valore storico dunque quella di Gianfrancesco che forse perde l’occasione restando ancorato agli stilemi classici, nonostante un crossover tra i materiali, dal repertorio delle immagini d’epoca fornite dall’Istituto Luce fino alle letture inedite favorite da nuovi metodi di indagine, di sperimentare dei linguaggi meno solidi ma più appropriati per avvicinare un pubblico abituato a ritmi vertiginosi di narrazione.

Regia: Luca Gianfrancesco
Interpreti:  Antonio Pennarella, Paola Lavini, Pino Sferra, Arturo Sepe, Antonello Cossia, Lucianna De Falco
Origine: Italia, 2017
Distribuzione: Istituto Luce Cinecittà
Durata: 90’