Tertio Millennio Film Fest. intervista a Giuseppe William Lombardo per Lo Scuru

Dall’omonimo romanzo di Orazio Labbate, Lo Scuru racconta di Raz, un giovane tormentato che torna nella terra d’origine per affrontare demoni e fragilità psichiche. Ne abbiamo parlato col regista

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Palermo, classe 1994. Giuseppe William Lombardo esordisce nel suo primo lungometraggio Lo Scuru, dove lati della sua biografia incontrano le atmosfere spiritiche e spirituali di una Sicilia rurale ma compromessa. L’isola natale, già affrontata nei precedenti corti su Ettore Majorana, incarna una contraddizione cara al giovane regista, particolarmente sensibile anche al disagio mentale. L’abbiamo incontrato poche ore prima della proiezione al Tertio Millennio Film Fest 2025.

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Com’è essere qui al Tertio?
È la prima volta per me e mi fa molto piacere. Ringrazio il festival perché sta coccolando molto il film, gli sta volendo bene e non c’è cosa più bella per un regista.

Hai spesso raccontato del tuo rapporto molto intimo con il romanzo omonimo di Orazio Labbate. Com’è avvenuta la trasposizione cinematografica?

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Orazio fa un lavoro molto complesso e potente sul dialetto: bello, tagliente, affilato. Lo reinventa. Volevo essere altrettanto espressionista nel trasporlo. Ho costruito il film attorno ad alcune immagini: la processione nel campo; la spiaggia (la paura ancestrale del protagonista bambino che scava nella sabbia come dentro la sua mente); la maschera sporca, fangosa. Anche la mia esperienza personale mi ha guidato molto. Da un punto di vista emotivo trovavo corrispondenza in quello che lui racconta. Nel romanzo non c’è una fabula in senso strettissimo, Orazio dà più delle sensazioni. Così mi sono detto di inserirle dentro la mia storia, dove parlo principalmente della salute mentale, un argomento che mi interessa e che conosco bene. Con Labbate c’è stata subito massima fiducia nel lasciarmi libero di giocare con le sensazioni del romanzo. Io ho curato il soggetto mentre Pietro Seghetti ha scritto la sceneggiatura. Mi sono limitato a supervisionare il lavoro per sentirmi sempre libero di apporre modifiche. C’è stato molto dialogo, molta ricerca sul lato psicologico. La Sicilia di Orazio Labbate è di gente che soffre. Le sue ambientazioni mi interessavano per piegarle a un correlativo oggettivo dell’animo umano: alcune immagini sono state traslate di significato rispetto a quello che volevo dire io. Voglio raccontare da un punto di vista cinematografico un dolore, la deformazione dell’anima.

All’inizio della tua carriera in teatro hai dimostrato grande interesse nei confronti degli attori e nel dirigerli. Come hai scelto gli interpreti principali e come hai lavorato con loro?

Il film si è scritto pensando a questo cast. Volevo interpreti che rispecchiassero la Sicilia, il dialetto, certe sfumature, una certa gestualità. E che venissero anche dal teatro di strada, come Giuditta Perriera. Gli interpreti sono tutti figli di Franco Scaldati e di Maresco sotto certi aspetti, e conoscono una Sicilia carnale, vera che io volevo riportare. Li conoscevo già tutti perché li guardavo da bambino, quando andavo in teatro, come per esempio Filippo Luna, Fabrizio Ferracane. Mentre Vincenzo Pirrotta è stato uno dei primi con cui sono entrato effettivamente in contatto quando lavoravo al Teatro greco di Siracusa. Ha recitato anche nel mio cortometraggio La particella fantasma del 2020, ormai è il mio attore feticcio! Per quanto mi riguarda questi attori rispecchiano l’essenza vera della sicilianità e non avrei mai affidato ad altri questi ruoli. C’è stato un dialogo forte già in scrittura. Ogni tanto chiedevo pareri, dal punto di vista della tradizione rituale, perché soprattutto Pirrotta e Perriera conoscono bene certe pratiche popolari, che hanno raccolto con Ignazio Buttitta. Conoscevano delle variazioni sulle cantilene, sulla musicalità, e quindi le esploravamo insieme e io intanto le riportavo in scrittura. Al protagonista, Fabrizio Falco, ho chiesto di andare in terapia. Teneva un diario pieno di appunti sulla schizofrenia, una patologia molto complessa e stratificata e poco conosciuta. Gli ho chiesto di scavare, di leggere molta letteratura a riguardo, l’ho messo in contatto con chiunque, dai medici ai pazienti psichiatrici, a volte anche per passarci giornate intere. Aveva bisogno di capire che quelle persone avevano delle ferite e che lui le doveva portare con il suo corpo. Doveva scavare anche in sé, portare le sue ferite, senza per forza condividerle con me. Un gran lavoro sulla fiducia.

Dalla Prenestina romana soffocante dove vive il protagonista Raz ai campi lunghissimi da western nell’entroterra mediterraneo. Perché la Sicilia è allo stesso tempo spazio fisico sconfinato e gabbia mentale dove nulla può crescere?

Per qualsiasi isolano la Sicilia è una potenza: sia possibilità che limite. Abbiamo tanto ma allo stesso tempo è la nostra gabbia sia mentale che fisica. Siamo circondati dal mare ma abbiamo anche terra e monti, possibilità infinite di fare quello che vogliamo. Da un punto di vista umano non riusciamo a evolvere, abbiamo sempre un qualcosa che ci blocca, che deriva forse dalla paura del progresso, anche nostro, morale e interiore. Questa contraddizione eterna mi ha sempre intrigato.

La Sicilia, il mistero, il rapporto tra il visibile e l’invisibile: da Majorana alle maare, come pensi si sia evoluto il tuo linguaggio cinematografico e i tuoi interessi narrativi?

Ho in mente una trilogia siciliana e vorrei chiuderla con Majorana, questa volta affrontandolo in un lungo. A me interessa raccontare la follia. Noi siciliani siamo dei personaggi complessi però la Sicilia diventa per me, anche attraverso la fantasia, un luogo che può parlare di tutto e a tutti. Per ora mi interessa esplorare le ferite della nostra terra, però non nel solito racconto di cronaca. Vorrei prendere il genere – come in questo caso il gotico – e porgli dentro degli elementi, delle ferite, come la mafia e il petrolchimico di Gela che in Lo Scuru sfioro. Voglio continuare a esplorare anche la Sicilia come mito, idea. Sto cercando di capire cos’è la Sicilia, qual è il mio rapporto con lei attraverso i film. Majorana rappresenta le mie paure rispetto alla follia di noi siciliani. È stato un genio come Archimede, Pirandello, Verga ma ha anche un lato oscuro, impressionante che mi affascina molto, ed è anche presente in tutti i grandi autori che io amo. Personaggi feriti che cercano delle risposte nella loro terra. A volte sono costretti a lasciarla per poi tornarci, come nel caso di Raz. Come invece Majorana a un certo punto decide di tirarsi fuori dal gioco della vita e di scomparire.

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