Tertio Millennio Film Fest. Intervista a Goran Stanković per Our Father

Un caso reale di abuso in una comunità di recupero per tossicodipendenti in Serbia diventa riflessione su fede, potere e violenza come illusoria via di salvezza: ne abbiamo parlato col regista

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In occasione del suo passaggio al Tertio Millennio Film Fest, abbiamo incontrato Goran Stanković, regista e sceneggiatore del film Our Father, basato su eventi realmente accaduti in una comunità di recupero per tossicodipendenti in Serbia nel 2009.
La diffusione di alcuni video, in cui si vedevano picchiare brutalmente dei membri del centro di riabilitazione con una pala in segno di punizione, suscitò un enorme scalpore in patria, gettando luce sui metodi controversi del sacerdote ortodosso Branislav Peranović, a capo della comunità. A seguito della morte – avvenuta per mano sua – di un ragazzo in cura presso un’altra struttura aperta dopo la chiusura di quella precedente a causa dei filmati trapelati, Peranović è stato poi condannato a vent’anni di carcere per omicidio e spogliato del sacerdozio nel 2012. Nel film, questa vicenda viene vista dalla prospettiva di Dejan (Vučić Perović), un ex tossicodipendente che entra a far parte della comunità gestita dal violento Padre Branko (Boris Isaković). Nel raccontare il percorso di riabilitazione del protagonista, Goran Stanković mette al centro una serie di tematiche che hanno a che fare con l’espiazione delle proprie colpe, il rapporto tra fede e potere, la fascinazione per quest’ultimo e la difficile questione della soglia che separa la punizione dalla tortura.

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Di seguito, viene riportata la conversazione tenutasi con il regista su questi temi.

Guardando il film, uno degli argomenti principali al centro della storia narrata – al di là della lotta contro la dipendenza – sembra essere quello di una certa attrazione perversa per il potere. In una scena, ad esempio, vediamo il protagonista Dejan schiaffeggiare un suo compagno della comunità quasi con la stessa veemenza con cui Padre Branko l’ha fatto prima con lui. In questo senso, nell’ottica di un percorso di riabilitazione, che peso hanno, rispettivamente, la forza di volontà dell’individuo e l’ubbidienza alle regole imposte dall’alto? Qual è il fattore che influisce in misura maggiore?

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Goran Stanković: È una domanda molto complessa a cui rispondere. Direi che, nonostante il film tratti tematiche come la tossicodipendenza, la fede e il potere della religione, penso sia sostanzialmente una storia che parla di abuso di potere e di un uso distorto della fede e della religione. Ed è per questo che ho pensato, mentre facevo le mie ricerche per il film, a quell’atmosfera quasi da “setta” che continuava a riaffiorare. La cosa difficile è che si trattava di una storia realmente accaduta, perciò non volevo romanzarla troppo. Ho cercato invece di mantenere l’essenza e il carattere di verità alla base della storia, perché è molto importante sapere che una persona ha perso tragicamente la propria vita a causa dei metodi di questo sacerdote, e per me era importante anche indagare le meccaniche che governavano quella comunità, il suo funzionamento e soprattutto come fosse possibile che una persona non credente né nella religione né nei presunti poteri “risanatori” della violenza potesse cambiare opinione. E per ritornare alla domanda principale, non credo che ci sia soltanto un fattore che possa descrivere quel processo di riabilitazione, perché c’è un leader molto forte e carismatico e una ricetta per un potenziale sistema autocratico, in cui le persone hanno bisogno di essere salvate, di ottenere approvazione e di provare amore, il tutto con a capo un leader, appunto, affamato di potere. Credo che tutte queste cose messe assieme formino le meccaniche alla base di quell’atmosfera da setta di cui si parlava prima.

Our Father Still

Al di là del fatto di cronaca da cui la storia è tratta, ci sono stati dei modelli narrativi o cinematografici da cui avete tratto ispirazione per il film? Ad esempio, guardandolo si potrebbe pensare a una certa affinità con le ultime produzioni di Paul Schrader (First Reformed, Il maestro giardiniere, ecc.), soprattutto per quanto riguarda il tema dell’espiazione delle proprie colpe passate. Quali sono state le influenze principali in merito?

Ammiro ovviamente tutto ciò che Paul Schrader ha fatto, sin dai suoi primi lavori e dalle collaborazioni con Scorsese, ma in questo caso particolare penso che ci siano state diverse influenze provenienti da un certo cinema europeo – quello romeno in particolare, ma anche francese – in quanto Il profeta di Jacques Audiard ha avuto un certo peso da questo punto di vista.
Ma anche un film come The Master di Paul Thomas Anderson è stato preso come riferimento, riguardo al legame tra il sistema e l’individuo e al tema del rapporto tra il mentore e il suo allievo. Tutte queste erano cose che volevo esplorare, ma mi interessava soprattutto mostrare la complessità dell’antagonista del film, perché nella vita reale ha picchiato a morte uno dei membri della comunità. Mentre lavoravo al film, sapevo che avrei potuto rendere il personaggio un semplice antagonista fin dall’inizio, ma avrei perso in questo modo il coinvolgimento del pubblico e, soprattutto, la connessione tra il sacerdote e gli ex tossicodipendenti perché, se essi non credono alle sue azioni e alla possibilità che queste possano aiutarli a cambiare, la storia non sarebbe potuta funzionare. Dovevano credergli per poter approvare ciò che accadeva e farne parte, ed era molto importante per me creare un personaggio complesso che nel film sicuramente non viene giustificato, ma che si prova a comprendere.

Nella scena in cui il video delle torture viene fatto trapelare in rete, c’è ovviamente una forte messa in discussione dei metodi utilizzati dal potere per soggiogare i propri sottoposti. In questo senso, quanto può influire il cinema (e le immagini) sull’operato della politica? Quanto può essere rilevante da questo punto di vista?

Mi piace pensare che il cinema richieda a chi lo fa una grande responsabilità, ma non credo che gli artisti debbano necessariamente essere attivisti. Ci sono già persone che dedicano il loro operato al sostegno delle proprie idee. Ma l’arte può avere molta influenza nell’aprire dibattiti nella società, nell’aiutare a riconoscere i segnali di qualcosa che sta per accadere. Quando il filmato in questione venne pubblicato in Serbia, ci fu un momento in cui tutto ciò poteva essere fermato. Era già chiaro che quello non poteva essere un modo adatto per trattare degli esseri umani – ex tossicodipendenti o chiunque altro. Siccome nulla fu fatto in quel momento, il sacerdote poté continuare ad applicare i suoi metodi, arrivando a uccidere una persona. Perciò, per me, è l’apertura del dibattito sulla prevenzione di episodi come questo che conta maggiormente, ma anche il far luce sulle responsabilità delle istituzioni, come la Chiesa, il sistema giudiziario – che non ha agito in maniera consona – e ovviamente quello sanitario, che non ha fatto abbastanza affinché le famiglie potessero evitare trattamenti simili come ultima risorsa per i loro cari.

Our Father Stankovic foto

Riguardo ai luoghi utilizzati, come avete lavorato sul senso di claustrofobia che sembra dominare i personaggi? Avevi già familiarità con posti come quello descritto nel film?

Ho visitato alcuni dei luoghi in questione, ma non era tanto il senso di claustrofobia che mi interessava. Nel processo di ricostruzione dell’ambiente in cui si svolge la storia, ho insistito molto sul fatto che si dovesse girare in un luogo completamente isolato. Quindi, per circa venti giorni, siamo stati tutti insieme in un posto senza segnale, al confine tra la Bulgaria e la Serbia, dove in passato c’era un avamposto militare ora abbandonato. Abbiamo deciso di costruire lì la chiesa.

Per quanto riguarda i personaggi, che criteri hai utilizzato per la scelta degli attori? Come sei arrivato alla scelta dei ruoli del protagonista Dejan e, soprattutto, quello di Padre Branko?

Il ruolo più complicato è stato sicuramente quello di Padre Branko, perché c’era una linea veramente sottile che separava il personaggio da una banale caratterizzazione. Conosco Boris Isaković da tempo e ho lavorato con lui a diversi progetti, tra cui più di quaranta episodi di serie televisive in Serbia. Negli ultimi dieci anni, ho potuto lavorare con molti attori e, per questo film, ho invitato quasi esclusivamente persone che avevo già conosciuto in precedenza e con cui avevo degli ottimi rapporti, perché avevo bisogno del loro supporto vista la difficoltà del tema trattato.

Nella logica della punizione inflitta alla persona, fino a che punto, secondo te, è ancora considerabile come tale? Quand’è che il castigo cessa di essere tale e diventa puro e semplice sadismo?

Potrebbe sembrare una domanda molto complicata, ma in realtà non dovrebbe esserlo. Io penso che nel momento in cui si infligge del dolore fisico a un’altra persona, dovremmo tutti fermarci e riflettere su un altro modo per affrontare i problemi di quell’individuo. Non penso che aiutare altri esseri umani attraverso la violenza possa portare a una riabilitazione, perché penso che quelle persone siano arrivate lì in una situazione problematica, e per risolvere il problema della dipendenza bisogna affrontare la causa principale per cui quegli uomini erano diventati tossicodipendenti. E sono abbastanza sicuro che non possa essere utile picchiare degli individui che per tutta la vita hanno dovuto combattere con i propri demoni interiori.

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