Testimone d’accusa, di Billy Wilder

«Se le dessi un nome, mica sarebbe quello vero!».

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(Christine travestita a Sir Wilfrid)

Il nodo centrale di un film come Witness for the Prosecution sembrerebbe far capolino con leggerezza tra brandelli di dialoghi e accenni gestuali, sottolineature ironiche e amarissime al contempo, messe in fila con arguzia a definire un ritratto filmico ben preciso, per poi subito capovolgerlo a sorpresa con insuperabile maestria.
Il monocolo tenuto perennemente nel taschino da Sir Wilfrid Robarts, e puntato all’occorrenza su chi risulti sospetto o degno di analisi psicologica approfondita, è quello strumento del vedere attraverso il quale Billy Wilder segnala apertamente allo spettatore uno stato d’allerta, un dubbio sotterraneo nutrito verso ciascuno dei suoi personaggi, tutti in qualche modo ritenuti degni di una diffidenza. Giustappunto, Testimone d’accusa nasce dalla penna sagace di Agatha Christie (1925), che nel 1953 ne fece una commedia teatrale di notevole successo; e, proprio il genio giallista dell’intrigo, pare avere definito il film di Wilder come la migliore trasposizione tratta da una sua opera.

Wilder, lo si sa, amava cominciare le sue storie dalla fine riavvolgendone il nastro per catene di flashback (La fiamma del peccato, Viale del tramonto): anche stavolta le luci si accendono in medias res, su quel palcoscenico melodrammatico che sarà l’aula di un tribunale inglese – incipit quasi identico all’hitchcockiano Il caso Paradine di dieci anni prima – ; ma non è ancora tempo per lo spettatore di calarsi tra i colpi di scena del processo giudiziario a carico di Leonard Vole (Tyrone Power), accusato dell’omicidio di Mrs. French (Norma Varden), ultimo ad avere visto la signora in vita nonché erede di un’ingente somma di denaro lasciatagli dalla ricca vedova. Wilder torna indietro, allora; precisamente, al momento in cui il caso, apparentemente catastrofico, viene preso in carico dall’anziano avvocato penalista Robarts, proprio quel Charles Laughton che del “caso Paradine” era stato giudice ripugnante e perfetto mostro hitchcockiano.

In questo caso, Robarts/Laughton diventa portavoce umoristico della visione autoriale su convenzioni e cliché dell’epoca: da una lampante misoginia espressa in tutte le salse – e proprio al fianco della moglie Elsa Lanchester, in duetti strepitosi – a un infantilismo latente della classe sociale dominante, per sopraggiungere infine a una sottile riflessione sull’ambiguità delle apparenze, tutta condensata in quel «Fa un’ottima impressione» riferito a Vole e basato sul niente.
Lo stereotipo investe di prepotenza proprio il personaggio femminile dominante, una Marlene Dietrich messa a forza nel ruolo di moglie “addolorata”, figura spigolosa e respingente rispetto a ciò che gli uomini si aspettano da lei. Marlene-virago è il personaggio con cui Wilder si diverte di più a costruire travestitismi allusivi e rovesciamenti della convenzione: straniera, quindi giudicata dai più fuori contesto; di bellezza mascolina e per ciò stesso ambigua; showgirl che si esibisce in pantaloni deludendo l’aspettativa maschile; così poco melodrammatica – ergo, femminile – durante il processo ma così sostanzialmente vera con tutte le sue calcolate menzogne.
Il dramma processuale torna infine al punto di partenza – il verdetto – , togliendo la maschera a una difesa-spettacolo essenzialmente fondata sul falso: brillante scatola cinese di metacinema, dove mettere sotto accusa ciò che crediamo di avere visto in superficie.

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Titolo originale: Witness for the Prosecution
Regia: Billy Wilder
Interpreti: Tyrone Power, Marlene Dietrich, Charles Laughton, Elsa Lanchester, John Williams, Norma Varden, Una O’Connor
Durata: 116′
Origine: USA, 1957
Genere: giallo, legal thriller

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