#TFF33 – In lontani istanti (#TorinoSense3)

Nell’aria della stanza
non te
guardo
ma già il ricordo del tuo viso
come mi nascerà
nel vuoto
ed i tuoi occhi
come si fermarono
ora – in lontani istanti –
sul mio volto.

Tra gli aspetti più interessanti di Antonia, opera prima di Ferdinando Cito Filomarino presentata in Festa Mobile, c’è questa tensione nel cogliere l’atto creativo, la poesia nell’istante in cui prende forma dalla penna e dal cuore dell’adolescente Pozzi, dai suoi turbamenti esistenziali e sentimentali.
In qualche modo, l’espediente di narrare il passaggio biografico che porta poi, nella sequenza subito successiva, Antonia ad affidarsi all’esercizio di fissare con un estenuante lavorio della parola le proprie emozioni sulla carta in forma di poesia, avvicina questo meccanismo di racconto alle parentesi narrative proprie di generi come il musical (anche se il costipato film di Cito Filomarino utilizza un unico brano musicale, un meraviglioso Piero Ciampi), in cui l’entrata dello spettatore nella dimensione della visionarietà corrisponde deleuzianamente ad una reiterata “creazione di mondi” da parte della mdp. Tutte le volte che l’opera ci mostrerà Antonia che scrive in seguito ad un avvenimento personale, sarà come se ci venisse indicato un momento di passaggio che traghetta la visione verso una percezione slittata, in soggettiva.
Se le scelte di messinscena non sempre funzionano all’interno del lavoro di Cito Filomarino, che perde decisamente di forza col passaggio all’età adulta della sua protagonista (come pure la performance, sino ad allora appassionata, di Linda Caridi), rimane però un promemoria cruciale sulla nascita di un canone del film-biografico-su-poeti, molto frequentato dal cinema italiano recentissimo, che spesso in una forma o nell’altra incorpora l’utilizzo dei componimenti e del loro making of come sequenze-chiave della propria struttura (un po’ come, già nel 1936, Abel Gance faceva con le circostanze che portavano il grande compositore allo spartito, nel superbo Un grande amore di Beethoven).racconti_dell_orso

Rivelano da subito la propria natura onirica invece i due autori de I racconti dell’orso, Samuele Sestieri e Olmo Amato, esordio in Concorso incorniciato da sovrimpressioni di una bambina che sul sedile posteriore di un auto in viaggio dorme e sogna le avventure di due creature fantastiche dalle fattezze kitsch in aperto stridore col paesaggio di una natura di bellezza glaciale e sorgiva, come fossero le apparizioni di un Reygadas.
C’è un peluche da salvare dalla morte per via di uno squarcio che ne mette in luce l’imbottitura sul petto, e per farlo ci si affida alle divinità del sole, dei laghi, della luna… quasi una versione unplugged di Electroma o di uno dei trip di Quentin Dupleux, è un oggetto affascinante e ipnotico che porta avanti un grande lavoro sul linguaggio e sulle visitazioni di cui sono fatte le storie sognate dai bambini, astraendone il dada in un nuovo alfabeto di suoni e invenzioni foniche che la straordinaria Virginia Quaranta, abituale collaboratrice di Fulvio Risuleo, regala al film utilizzando prevalentemente le circonvoluzioni della sua voce per l’accompagnamento sonoro e per i dialoghi in una lingua inedita e aliena tra i due personaggi.
L’orizzonte ostinatamente lontano dall’immaginario nostrano che Sestieri e Amato inseguono con questo loro esperimento è probabilmente il motivo di alcune forzature che ne minano la sensazione di giocosa spontaneità, ma al contempo ne segna l’approccio coraggioso e da sostenere.

Fa un grande lavoro col proprio sax, che spezza e raddoppia alla maniera per dire di Colin Stetson, anche Fabrizio Magliocca per le formidabili musiche, scritte da Vittorio Giampietro, del nuovo exploit della coppia dell’ottimo Belva nera, Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis, visto in Italiana.doc.
Il solengo conferma nei due uno sguardo che cerca nel rigore dell’impianto la scintilla verso un’improvvisa deviazione del reale che sembra anche stavolta assumere la consistenza evanescente, mutevole ed inafferrabile delle storie popolari, delle leggende ancestrali. Una mitologia che si fa spazio tra le maglie di una struttura documen
il_solengotaristica asciutta e mai compiaciuta con l’effetto di provocare una sorta di vertigine dei punti di vista incrociati, delle opinioni e delle testimonianze raccolte in questa comunità di cacciatori e agricoltori che affastella aneddoti e versioni sulla vita di Mario de Marcella, irascibile eremita dall’esistenza travagliata e misteriosa passata in una grotta in fondo ad una vallata, lontano da tutti.
Mentre le immagini sembrano cercare tracce del passaggio di questa figura dai tratti anche esoterici tra i resti e le macerie, andandosi a infilare tra le rocce scoscese e la vegetazione fitta, le storie che le voci, spesso umanissime e dolenti, di questi uomini dalla vita semplice e arcigna raccontano anche solo con gli occhi serbano il segreto di un’umanità che porta avanti una forma inconsapevole quanto coriacea e inscalfibile di resistenza.