#TFF33 – La morte corre lungo il nastro (#TorinoSense5)

Una delle più grandi sorprese di Onde, è Standby for Tape Back-Up di Ross Sutherland, una specie di dolorosissimo esperimento condotto sulle immagini di una vecchia VHS

C’è la macchina e c’è l’uomo. La macchina è un dispositivo composto da un insieme di componenti che funzionano secondo uno schema d’azione più o meno complesso, ma comunque lineare. E questo dispositivo mette in campo una forza e svolge un lavoro bene preciso. Anche l’uomo, se si vuole, è una macchina. Forza, lavoro, combinazione di parti deputate a una funzione, organi che regolano tutta una serie di processi.

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Ma se c’è una differenza, qualcosa che rende l’uomo diverso dalla macchina e, probabilmente, da tutti gli altri animali, è la sua capacità di creare collegamenti tra cose apparentemente distanti. È a partire da questa premessa, da questa idea primaria che Ross Sutherland dà il via a Standby for Tape Back-Up, che è una specie di esperimento, di esercizio “obbligato” che può svolgersi (e riavvolgersi) solo all’interno di tutta una serie di vincoli e paletti. Perciò mette su una vecchia VHS, di quelle perse chissà tra quali scaffali polverosi, e lascia andare le immagini. Spezzoni di film, Il mago di Oz, Ghostbusters, vecchie pubblicità, frammenti di giochi tv, la sigla di Willy, il principe di Bel Air, scampoli di partita, il mitico video di Thriller, l’inizio de Lo squalo. Immagini che si sono accavallate e stratificate sul nastro, come in una specie di deposito casuale di memorie riproducibili e visibili quando e quanto si vuole. Ma non certo all’infinito… Perché il supporto analogico contiene in sé i germi della morte, scolora e deperisce, si sfalda come ogni corpo fisico. La memoria si perde…

 

Per Sutherland la scelta di una videocassetta non può essere indifferente. Per questioni anagrafiche probabilmente. Ma anche perché è proprio in questa precarietà, in questa necessaria tangibilità del tempo data dagli andirivieni del nastro, che si misura la fatica, lo sforzo. Un file digitale non avrebbe lo stesso effetto… i salti sarebbero repentini, gli interventi meno pesanti. Il contenuto resterebbe integro, a meno che l’hard disk non andasse a farsi definitivamente benedire. E il tempo stesso risulterebbe indifferente. Tutto resterebbe alla superficie artificiale dei codici numerici, tutto già smaterializzato, mancante da sempre. E non ci sarebbe la possibilità di pensare ed elaborare il passato, la perdita, il lutto, lo svanire delle immagini, l’impossibilità di trattenerle abbastanza a lungo. Perché è questo il punto che ossessiona Sutherland: il vedere nelle immagini un precipitato granuloso dell’esistenza, una specie di residuo di segni, suggestioni e ricordi. Non tanto un discorso significativo portato avanti secondo le dinamiche del linguaggio. Anzi il linguaggio stesso è smontato, sabotato dagli innesti folli, loop e dai rewind, dagli stop frame, dalle corse in avanti. Il punto non è far teoria sullo statuto delle immagini. Il punto semmai è riappropriarsene, sottrarle al dominio dell’istituzione che vuole produrre un senso univoco, dell’industria che vuole produrre e vendere. E poi spiazzarle, portarle in un altro luogo (e il progetto di Standby for Tape Back-Up è innanzitutto teatrale), collegarle ad altro. Ma tutto questo lavoro richiede sangue e sudore.

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Sì, la fatica. Se c’è un termine davvero adeguato per Standby for Tape Back-Up è proprio questo. C’è lo sforzo di Sutherland, che scrive come se improvvisasse, che monta e rimonta le parole sulla base dei materiali che ha a disposizione, in un esercizio ipotetico di Letteratura Potenziale (e il riferimento è esplicito). Tutto sarebbe potuto essere altro, diverso. Eppure è questo, è così. Si è scelta una strada e il caso si è incanalato nel destino. E a quel punto, riconosciuto il peso del destino, c’è anche la nostra fatica, l’essere risucchiati nel cono d’ombra di una confessione dolorosa, nell’inquietudine di una camera verde home video. Inchiodati a vedere e rivedere. E ci accordiamo a quelle scene, o magari solo alle parole, sostituiamo alle immagini i nostri fantasmi privati. E proviamo noi stessi dolore, mentre la mente se ne va altrove e rimane solo deserto, desolazione, nostalgia… Fa male come un supplizio. Ma tutto si supera. E quando si esce fuori e si torna alla vita, è bellissimo.

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