#TFF33 – W la France! (#TorinoSense1)

Il Festival apre a sorpresa con un incredibile documentario sulla Cambogiaall’epoca del colonialismo francese. Tra ironia e antropologia ne viene fuori un ritratto grottesco e terribile

Con una precisione quasi “sospetta” (il film è stato scelto molto prima, ma la sua collocazione?) la 33a edizione del Torino Film Festival apre, tra gli altri, con questo incredibile documentario La France est notre patrie, del cambogiano/francese Rithy Panh, noto per i suoi lavori sulla dittatura dei Khmer rossi, come L’immagine mancante di cui ci siamo occupati ampiamente sulle nostre pagine.

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Perché “sospetta”? Perché questa volta Panh torna, con la sua ricerca, più indietro nel tempo, oltre le sue esperienze drammatiche di morti e prigionia nei campi di lavoro, per arrivare con meticolosità alle origini della “tragedia cambogiana”, ovvero il colonialismo francese.  E lo fa con un documentarismo “poetico” che affida tutto lo sguardo alle immagini di repertorio,  intervallate da didascalie che provano a raccontare la storia con un tono fintamente oggettivo. In realtà Panh e il suo sodale sceneggiatore Christophe Bataille, giocano sull’ironia di un Grande Paese, sulla sua vocazione di civilizzazione, sulle sue imprese per migliorare le condizioni di vita degli indigeni attraverso le nuove tecniche agricole, l’industrializzazione, la medicina, la cultura. E’ lo stile di vita francese, quello della grande potenza internazionale, il suo charme e la sua ipocrisia culturale che viene raccontata, attraverso immagini di documenti militari d’epoca, mixati con una colonna sonora volutamente enfatica.  Panh non urla, non grida alla rivolta contro la colonizzazione, in fondo è un Parigino ormai da oltre trent’anni (ne ha 51), ma scopre, quasi con dolcezza nostalgica, questo terribile incontro tra due culture, due immaginari, per trarne non tanto conclusioni politiche quanto riflessioni antropologiche sulle (impossibili) fusioni di civiltà.

Ma mentre le didascalie, con ironia grottesca, cercano di descrivere questo processo culturale, le immagini ci restituiscono la storia di un’invasione, della trasformazione brutale di un territorio e di un’intera popolazione, in un luogo di cui saccheggiare le risorse naturali, trasformando gli abitanti in mano d’opera e le donne in oggetti di divertimento per le truppe. E’ proprio in questo scarto tra le didascalie fintamente da studiosi antropologici e la nitidezza del racconto per immagini, che sta la poesia di un cinema che sembra rivolgersi più ai sensi, che alla ragione.

Panh vive questa storia sulla sua pelle di immigrato, ormai francese, e questa ricerca è un po’ per lui come scoprire che il proprio padre, o i propri nonni, hanno commesso nefandezze inenarrabili.  “Il rapporto tra la Francia e le sue vecchie colonie è da sempre complicato. Non siamo in grado di guardare in modo sereno a questa storia collettiva”, spiega Panh, e questa scelta del Torino Film Festival, in giornate in cui la bandiera francese è fin troppo visibile in luoghi assai inconsueti, ci appare coraggiosa e forse persino provocatoria, magnificamente libera di raccontare, con il cinema, un mondo che non è così semplice come molti vorrebbero farlo apparire.

#Torinosense: visioni, frammenti, squarci di cinema che scuote i sensi

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