#TFF34 – Free States of Jones, di Gary Ross

Newton Knight della Contea di Jones, nel Mississippi, non è stato solo un eroico ex soldato confederato che, dopo aver disertato, ha deciso di lottare contro l’esercito sudista per rimanere fedele alla propria coscienza, stanco di dolore e ingiustizia. Newt Knight è stato, soprattutto, uno di quei tanti, splendidi, eroi anonimi di cui la Storia è piena, un personaggio con una fede incrollabile nei propri ideali, disposto a combattere contro tutto pur di veder confermata la propria Idea. Gary Ross, già “fondatore” cinematografico della saga Hunger Games, decide di portare, con Free State of Jones, l’epopea di Newt sul grande schermo, trasformando la sua esistenza dimenticata in una perfetta parabola per l’America obamiana. La guerra civile, grazie a una filmografia vastissima e in continua crescita, è uno degli argomenti storici più sovraesposti dal punto di vista narrativo, un tema cosi comune da essere, non solo riconosciuto non solo come il momento chiave della costruzione politica degli Stati Uniti, ma anche parte integrante dell’immaginario europeo. Gary Ross, con un’operazione di ricerca che non dispiacerebbe ai Wu Ming di Asce di Guerra e Point Lenana, dissotterra dall’oblio la storia di Knight e la usa come filtro per un racconto attualissimo e lucido sugli Stati Uniti del sud, gli stessi che si sono confermati il feudo del neo-presidente Trump. Al regista non interessa concentrarsi sul carisma popolare del suo protagonista o sulle atrocità di conflitto fratricida, da spettacolarizzare all’occorrenza.

Ross, infatti, usa solo alcuni dei momenti chiave della lotta di Newt (alternati con alcuni flashforward improvvisi del dramma razziale di un suo discendente) per portare avanti il proprio messaggio ideologico. Newt, infatti, non è un eroe avulso dal contesto. Dall’accento fino al modo di pensare, l’uomo manifesta orgogliosamente la sua appartenenza sudista, rivendicando il suo essere figlio di una comunità povera, messa ai margini non solo dal Nord-est progressista e lontano, ma persino dai ricchi e arroganti signori locali, non a caso ufficiali dell’opprimente esercito confederato che sfrutta e manda a morire i propri uomini. La rivolta indipendentista di Knight, la sua esigenza di riconoscere come fratelli di sventura sia il contadino sfruttato sia lo schiavo, quindi nasce proprio dalla rabbia sociale di chi, per utopia, immagina un futuro di giustizia solo nella lotta del povero contro il ricco. L’antirazzismo dell’uomo, manifestatosi nella sua storia d’amore con la schiava Rachel, è solo un lato di una guerra egalitaria che prosegue, sempre coraggiosa, anche dopo la vittoria effimera dell’Unione e la restaurazione del violento e bigotto status quo. Il film, nella scelta chiara di appoggiarsi completamente alla viscerale performance di un Matthew McConaughey (dopo Dallas Buyers Club, simbolo di un sud diverso dall’immagine stereotipata più scontata), cerca di attenersi a una narrazione chiara e asciutta. L’empatia con il proprio eroe e la foga di urlare un messaggio (per carità, sacrosanto) di una storia edificante, costringe Ross a cadere nella retorica più ingenua, limitando l’avventura di Newton Knight al campo dell’agiografia politicamente corretta.

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