#TFF34 – La lingua dei furfanti, di Elisabetta Sgarbi

Come nel suo lavoro del 2009 (L’Ultima Salita – La Via Crucis di Beniamino Simoni), Elisabetta Sgarbi torna ad occuparsi dell’arte sacra rurale in Val Camonica. Questa volta sulle tracce di Girolamo Romani (detto il Romanino), pittore molto amato nella sua famiglia, tanto da ammettere: “Un film ininterrotto, questo, che mi segue da anni. Anzi da cui sono inseguita da anni, da prima di conoscere la Valle Camonica, da prima di conoscere Romanino: da quando mio zio Bruno, mia madre Rina, e poi mio fratello Vittorio, si arrampicavano sin lassù, precedendomi. Così che questo film, così personale nei modi, mi sembra una strana biografia familiare, un mio nascosto romanzo di formazione, che ho condiviso con un altro amico e compagno di avventure, Giovanni Reale.

 

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Tra il 1532 e il 1541, il Romanino realizza, su commissione dei monaci agostiniani, un ciclo di affreschi a Pisogne, Breno e Bienno. Caratteristica della pittura di Girolamo Romani è senza dubbio (come osserva prima e meglio di tutti lo storico e critico Giovanni Testori) quella di inserire nei suoi quadri le facce ed i corpi, fin’anche i modi e le posture, del popolo che in quelle terre vive. Se questa scelta, a prima vista, sembra togliere eleganza e solennità alle sue opere, garantisce loro, invece, una libertà quasi rivoluzionaria per l’epoca.

Visto che queste opere sono nate per la gente e tra la gente, Elisabetta Sgarbi, le riprende lì, alternando meravigliose immersioni nei dipinti (grazie anche allo splendido lavoro fatto, sempre con luci naturali, dai due direttori della fotografia: Elio Bisignani e Andres Arce Maldonado che si sono alternati nelle riprese) ai primi piani degli abitanti odierni di quei luoghi, quasi a consacrarne l’eredità.

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Il lavoro è impreziosito dalla voce narrante di Toni Servillo che legge i testi di Luca Doninelli a commento delle opere e dalle musiche originali di Franco Battiato.