#TFF34 – La mécanique de l’ombre, di Thomas Kruithof

I servizi segreti, specie se “deviati”, non assumono più giovani e brillanti laureati come ai tempi de “I tre giorni del condor”, ma “esodati” ultra cinquantenni, meglio ancora se nella carriera lavorativa si sono distinti per affidabilità e precisione.
Così il Sig. Duval: ex contabile (ed anche ex alcolista, proprio in seguito al licenziamento), bisognoso di reinserirsi nel mondo del lavoro per ritrovare quella dignità personale che sente di aver perduto, viene assunto per trascrivere intercettazioni telefoniche segrete; si accorgerà ben presto di essere entrato in ingranaggio mortale, dal quale tentare, ad ogni costo, di sottrarsi per salvare la propria vita.

Come dice il resista stesso: “L’idea iniziale alla base del film consisteva nel prendere un impiegato modello, uno di quelli capaci di seguire scrupolosamente le regole, e immergerlo in un sottobosco di cospirazioni politiche e servizi segreti nel quale non avrebbe avuto altra scelta che imparare a disobbedire”. Ed in effetti gran parte dell’originalità del film (e della sua riuscita) sta nell‘inadeguatezza sia fisica che mentale del suo protagonista (il magnifico François Cluzet) ad affrontare la situazione. Incapace di sottrarsi al ruolo di pedina in un intreccio molto più grande di lui, riuscirà al massimo a cambiare “lato” della scacchiera facendo il doppio, triplo e quadruplo gioco senza mai riuscire ad afferrare il controllo sulla sua vita.
Va anche riconosciuto a Thomas Kruithof il merito di aver saputo dirigere, al suo esordio nel lungometraggio, una spy story con ritmo, recitazione e sviluppo del plot (a parte qualche piccola caduta sul finale) di buon livello.

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