#TFF34 – Sarah Winchester, opéra fantôme, di Bertrand Bonello

“Balla ma cerca di non muoverti, trattieni tutto dentro”, dice un misterioso regista alla sua attrice/ballerina mentre prova dei passi di danza sul palcoscenico dell’Opéra Garnier di Parigi. Uno spazio chiuso, inquietante, opprimente, da cui evadere con la forza di un gesto trattenuto che faccia esplodere immagini interiori: il cinema di Bertrand Bonello, del resto, non è sempre stato questo? Ossia un magnifico falso movimento (le ossessioni nuovelle vague di Le Pornographe) che implode da dentro (gli scantinati de L’apollonide) creando il cinema negli scarti (le immagini impazzite di Saint Laurent) della storia (ogni perturbante presente metaforizzato in De la guerre). Ma cosa stanno cercando di mettere in scena quel regista e quella ballerina?

La vita di Sarah Winchester, ossia la vedova del più importante produttore d’armi americano (il cui celeberrimo Winchester ’73 sarebbe entrato nell’immaginario popolare con l’omonimo western di Anthony Mann) che sul finire del XIX secolo eredita un’immensa fortuna dopo la morte del marito. In quel momento, però, il suo fragile equilibrio mentale collassa del tutto sotto il peso dei troppi fantasmi del passato che la perseguitano: innanzitutto l’ossessione per la figlia neonata morta di “marasma”, e poi gli spettri delle migliaia di vite spezzate nella guerra civile americana proprio a causa del Winchester (l’arma che ha creato la ricchezza). L’unica reazione possibile, allora, rimane quella di creare altro spazio spendendo denaro per contenere questo lancinante mondo interiore: sarah2la donna costruisce un’immensa dimora che si espanderà costantemente negli anni successivi. Insomma l’immaginario americano che cura i propri traumi creando sempre nuove frontiere di spazio è perfettamente metaforizzato dalla storia di Sarah.

Ma cosa c’entra tutto questo con il film di Bonello? Il regista francese rinchiude nuovamente il suo cinema in luoghi chiusi dove il normale flusso temporale si cristallizza per poi procedere in completa autonomia, questa volta facendo detonare continui fraseggi godardiani (con irruzioni di sovrimpressioni in musica elettronica che ci guidano nella vita della donna) e collisioni moltiplicate di tracce mediali (disegni, immagini mentali, un coro che pronuncia il suo nome in una nenia ossessiva), mentre la ballerina/performer sente questi echi e (non) si muove sul palcoscenico. Un’opera fantasma pertanto: l’America e il trauma, Parigi e l’arte, l’Occidente e i suoi sensi di colpa, tutto distillato in mezzora di stupendo mediometraggio che “prosegue” (come fosse una costola di Nocturama) la riflessione sul cinema come unico esorcismo possibile ai tanti fantasmi della Storia.