#TFF34 – Wexford Plaza, di Joyce Wong

Betty è goffa, sovrappeso e insicura, e sogna il grande amore. Quando viene assunta come addetta alla vigilanza in un desolato distretto commerciale, le sue giornate grigie e apatiche vivono una scarica di vitalità grazie all’incontro con Danny, un barman che lavora nel centro, del quale si invaghisce all’istante. Ma la storia prende una piega diversa da quella sperata da Betty.
Wexford Plaza della regista canadese Joyce Wong (qui al secondo lungometraggio dopo EmBodying Toronto), presentato alla sezione Festa Mobile del 34° Torino Film Festival, ci racconta un incontro tra due esistenze sospese, in bilico, animate da traiettorie diverse e inconciliabili. Attraverso le parallele vicende dei due protagonisti, la storia si snoda, prende corpo, tenta di spiegare il proprio epilogo, wexfordsubitaneo eppure (allo stesso modo) sospeso, svolta inaspettata e dal retrogusto amaro di questo breve incrocio di vite che ricorda un cinema di qualche decennio fa. Joyce Wong svuota ed esautora gli spazi, fisici e dialogici, creando un’atmosfera di rarefatta indefinitezza, spingendo sull’alternanza brusca di movimento e stasi, pizzicando le corde dell’ironia, la tenerezza, il disagio e la sommessa disperazione, in un movimento a tratti fluido a tratti forzato. La fotografia fredda e soprattutto lo spazio desolato e desolante del centro commerciale della periferia canadese che connette le vite di Betty e Danny, anch’esso esistenza sospesa e presenza fantasmagorica, sorreggono un discorso filmico dalla trama delicata e quasi impalpabile.

wexford3L’esperimento della regista di catturare un breve episodio, forse decisivo o forse no, dando spazio alle sfumature del non detto e dell’equivocato, riesce quando si concentra sulle atmosfere e sulla cifra tragicomica di una storia di non-amore che ribalta le aspettative e i cliché dei canoni romantici. L’interpretazione di Reid Asselstine risulta fondamentale per la buona riuscita del racconto, con il suo continuo e mai calcato alternarsi di dolcezza e sfrontatezza, di aggressività e irriducibile speranza. Quando Betty è il centro della narrazione, Wexford Plaza vive senz’altro i suoi momenti più interessanti e godibili, riuscendo a trascinarci attraverso uno sguardo di partecipata tenerezza e di empatico malessere nella vita di un personaggio dai risvolti intriganti. La storia di Danny, al contrario, risulta spesso forzatamente spiegata più che testimoniata, quasi fosse un contraltare concettuale che bilancia e fortifica le intenzioni rappresentative di stasi/movimento del film, ma che vanifica la suggestione di malinconia agrodolce che galleggia nell’andamento irregolare della vicenda, e che in maniera caotica – eppure interessante – unisce tante anime in una. Con un movimento lieve e leggero, come un filo di lucidalabbra.

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