#TFF36 – Alpha, The Right to Kill di Brillante Mendoza

Alpha, The Right to Kill di Brillante Mendoza, ambientato a Manila, si svolge sullo sfondo del giro di vite del governo filippino contro le droghe illegali. La polizia avvia un’operazione per arrestare Abel, uno dei più grandi signori della droga. Uno dei poliziotti, Espino, ed Elijah, uno spacciatore di piccola taglia diventato informatore, forniscono l’intelligence per l’operazione, che si risolve in un violento scontro a fuoco nelle baraccopoli tra la SWAT e la banda di Abel. Prima che gli investigatori arrivino sulla scena del crimine, Espino ed Elijah si allontanano con lo zaino di Abel pieno di soldi e metamfetamina. Questo gesto, di sopravvivenza per uno e di corruzione per l’altro faranno presto partire una serie pericolosa di eventi, dove rischiano la reputazione, la famiglia e la loro stessa vita.

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Mendoza tratteggia il ritratto dei due protagonisti attraverso l’indagine successiva ai fatti senza compiere sostanziali salti temporali dentro un arco di pochi giorni, evitando una semplice progressione drammatica, puntando piuttosto sull’aspetto ineluttabile, spinto in un punto di non ritorno come risultato di un processo inevitabile, nei luridi ambienti metropolitani, pieni di mercati sovraffollati, quartieri dove la povertà è dilagante e le catene del destino sono talmente robuste da restare invisibili. Il posto nel quale Elijah affronta una vita di sotterfugi per assicurare alla famiglia la sopravvivenza è l’inferno da tollerare per garantire i privilegi di una corruzione che arriva ai vertici di un dispositivo repressivo fagocitato dalla propria ombra. Con il crescere della scala sociale il regista dilata un scostamento tra l’apparire e l’essere, ed a un maggiore successo ed ambizione corrisponde sistematicamente la presenza di una personalità sdoppiata. Mentre sono medesime l’avidità e la ferocia, una volta chiusi i personaggi in un meccanismo di tradimenti reciprochi che azzerano la speranza, una struttura che coinvolge il seme stesso di un futuro che cresce ripetendo gli stessi passi ipocriti del passato.

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Ma prima di passare al nichilismo della seconda parte del film, la parte action nei vicoli strettissimi della città, colorata beffardamente dalle luci del Natale che invadono ogni inquadratura, esclusivamente composta da riprese effettuate con la camera a mano, e sostenuta dal suono incalzante delle percussioni, restituisce il fremito nervoso che attraversa le strade, il disagio, la quieta normalità dei simboli di riconoscimento tatuati sulle braccia, prima di scoprire nella minaccia estetica l’altro lato della paura, la rappresentazione di un modo diverso di raccontare l’esigenza, che si materializza per mezzo di giganteschi mucchi di rifiuti. Nei soprusi subiti da una società a forte impronta maschilista, come è lecito aspettarsi da un mondo che distribuisce carriere in base a meschinità e forza fisica, le donne sono ridotte ad accompagnamento, materiale riproduttivo di base e allevamento primario. O impegnate a piangere sui corpi stesi esanimi di un marito, un compagno, un fratello rimasto ucciso dopo una retata di valore teatrale compiute per avallare tesi di giustizia sommaria, confezionate a comando, una giustizia mostrata prima all’inizio e poi alla fine della storia nelle identiche immacolate uniformi della polizia, piene di ridicolo esibizionismo, e ridotta a fenomeno da parata.