#TFF36 – Bad Poems, di Gábor Reisz

Deve essere dura perdere un amore a 33 anni. In quella sorta di limbo che, di questi tempi, potrebbe essere per molti quasi una post-adolescenza tirata per il collo.

Che non sia facile riabituarsi a tutte quelle cose vissute un tempo in compagnia ce lo ricorda Tamás, protagonista di Bad Poems, film in concorso a Torino 36. Il suo era un amore così tenacemente raggiunto e conquistato, perfetto nell’accadere come un videoclip di qualche canzone pop sentimentale. Sullo sfondo, come non immaginarlo, c’era Parigi. Tamàs la sua dolce metà la cercava da sempre, amare era il vero filtro attraverso il quale le cose sembrassero avere un senso. Persino la pallanuoto.

Quest’improvvisa rottura lascia allora Tamàs nella condizione di ragionare su sé stesso, di capire il perché di tanta accondiscendenza con le donne. Il ritorno nella poco amata città d’origine, una Budapest tappezzata di cartelloni pubblicitari che sponsorizzano carne di pollo, è l’occasione giusta per rimettersi in contatto con le varie tappe della propria esistenza.
Esisteva infatti un Tamàs n. 1, timido scrittore di poesie segretamente dedicate ad una compagna di banco. Poi c’era stato un Tamás n.2, versione grunge dell’originale, fondatore di un gruppo rock che riarrangiava al contrario le basi dei Nirvana.  
Tamàs è un poliedro irregolare, le cui enne facce non sempre coesistono in armonia tra loro, spinte come sono da quella implicita, non chiara, necessità di esprimere un sentimento. Scrive Bad Poems, ma chi le leggerà? Bad Poems

Gábor Reisz sceneggia e dirige una storia che potrebbe essere l’emblema di una generazione. Andando oltre quei palazzi asettici del periodo comunista, Bad Poems è una commedia che si esprime come un film mitteleuropeo, dimostrandosi capace di descrivere al meglio il senso d’inadeguatezza di quelle generazioni nate e cresciute all’ombra della Cortina di Ferro.
Reisz ride e scherza col suo personaggio, gioca continuamente con generi e formati.
Tamàs percorre scale hitchcockiane, spunta fuori da posti impensabili tipo film di Danny Boyle, evita animali che compaiono all’improvviso come in Bunuel e vive la vita familiare manco fosse una telenovelas ambientata in Ungheria.

Il tutto a servizio della memoria, in una seduta espansa di auto-analisi freudiana in DCP,  che per esteso sarebbe Digital Cinema Package.
Bad Poems è esattamente questo, un pacchetto in digitale tenuto ben chiuso da un filo rosso poco immaginario, un contenitore che ragiona sul suo stesso contenuto.
E chissà quante altre brutte poesie che non leggerà nessuno.