#TFF36 – Bulli e Pupe, Storia Sentimentale degli Anni ’50, di Steve Della Casa e Chiara Ronchini

Presentato nella sezione “Festa Mobile” del Torino Film Festival 2018, Bulli e Pupe, Storia Sentimentale degli Anni ’50 nasce e si sviluppa come ideale prequel del precedente Nessuno ci può Giudicare (2016), il documentario premiato con un “Nastro d’Argento” che raccontava attraverso i “musicarelli” la società italiana degli anni Sessanta. Questa volta sotto la lente di ingrandimento dei registi Steve Della Casa e Chiara Ronchini finisce l’Italia della ricostruzione all’indomani della Seconda Guerra Mondiale e quella alle prese con il boom economico e con le radicali trasformazioni sociali degli anni Cinquanta. Il sessantacinquenne torinese Steve Della Casa mette al servizio del documentario tutta la sua esperienza di critico cinematografico, di direttore artistico e di saggista e divulgatore radiofonico (“Hollywood Party”, programma radiofonico di Radio 3), oltre che quella passione “militante” per il cinema che lo portò nel dicembre 1974, da studente universitario, ad aprire il “Movie Club”, cineclub che nei suoi dieci anni di attività avrebbe lasciato un’impronta indelebile. Già direttore unico del Torino Film Festival nel 1999, del Roma Fiction Fest e delle rassegne cinematografiche di Terni, Gavi e Tuscania, collaboratore di lunga data della Mostra del Cinema di Venezia e dei Festival di Locarno, di San Sebastián e di Taormina, Della Casa è il direttore artistico, dal 2014, del Busto Arsizio Film Festival e, dal 2017, della rassegna “Grande Cinema Italiano” di Poggio Mirteto in provincia di Rieti. Da sempre interessato al linguaggio e alle potenzialità del documentario (Uomini Forti, 2006; Flaiano: il Meglio è Passato, 2010; I Tarantiniani, 2014; Lorenza Mazzetti – Perché Sono un Genio, 2016), il regista e critico piemontese si avvale per la seconda volta della collaborazione della quarantaduenne romana Chiara Ronchini, esperta di montaggio e post-produzione e per anni impegnata in numerosi progetti collettivi su tematiche legate alla metropoli di Roma. Il documentario ha potuto sfruttare lo sterminato materiale offerto dagli archivi dell’Istituto Luce e della Titanus, che hanno collaborato nella produzione del lavoro, del Centro Sperimentale di Cinematografia, degli statunitensi National Archives and Records Administration e Prelinger Archives e della piemontese “Superottimisti”, il progetto culturale dell’“Associazione Museo Nazionale del Cinema” che ha messo a disposizione la propria raccolta di filmati Super8 dedicati alla registrazione della vita privata dei cittadini italiani.

Ed è proprio da una di queste preziose immagini, le inquadrature a colori dall’alto di Cassino bombardata dagli Alleati nel 1944 – una sequenza inedita fortunosamente ritrovata in una bobina dimenticata – che prende avvio il racconto: le macerie della guerra, un paese disastrato e in ginocchio, la difficile ricostruzione, la speculazione edilizia, lo sviluppo delle grandi metropoli e l’esodo dalle campagne, la disoccupazione e l’emigrazione, prima all’estero (come il ventenne Francesco imbarcatosi per l’Australia nel 1953) e poi verso i poli industriali dell’Italia Settentrionale, le difficoltà dell’integrazione sociale e culturale e la crescente diffidenza ed ostilità nei confronti dei Meridionali. Bulli e Pupe non è soltanto un omaggio al celebre film di Joseph L. Mankiewicz (1955) con Marlon Brando, Jean Simmons e Frank Sinatra, il titolo è solo un pretesto: è piuttosto il sottotitolo, Storia Sentimentale degli Anni ’50, a racchiudere concettualmente l’approccio dei due registi, lontano dal consueto modo di raccontare i Fifties attraverso categorie storicizzate e contrapposizioni ideologiche – come quelle tra Partito Comunista e Democrazia Cristiana oppure tra USA e URSS – e attento invece a scandagliare una pluralità di spunti e di percorsi, di tematiche e di tracce, atta a restituire più fedelmente ed integralmente una decade di grandi trasformazioni e di profondi cambiamenti. Non solo, e non tanto, una storia politica e sociale, insomma, ma uno spaccato sulle aspirazioni, le ansie e i sogni di giovanissimi italiani protagonisti diretti di quell’epoca. Centrale, in questo certosino lavoro di raccolta e di amalgama durato oltre un anno, il ruolo della radio, fondamentale strumento di testimonianza e di conoscenza del mondo che attorno a questi giovani gravitava, potente veicolo di stringenti analisi sociologiche da parte di intellettuali ed ineguagliabile mezzo di intrattenimento attraverso la musica e le nuove sonorità di Oltreoceano. Uno spazio altrettanto importante, e non poteva essere diversamente considerato il curriculum di Della Casa, occupa il cinema, in grado di catturare e di “condensare” con il suo obiettivo immagini che fungono da racconto generazionale, tra cronaca, tendenze e costume. Colpiscono, ai nostri occhi di spettatori assuefatti e tecnologicamente “progrediti”, la bellezza e la “significanza” delle immagini, in bianco o nero o appena vivificate dalle prime prove a colori, così come sconcertano, per certi versi, la profondità e la lucidità di molte testimonianze di quelli che sono idealmente i nostri “padri”, allora poco più che adolescenti e assolutamente in grado di misurare le parole, di dare loro una pregnanza anche visiva, di servirsene con dimestichezza per tracciare le coordinate del loro mondo e della loro realtà. Quelli ritratti dal documentario sono giovani più o meno consapevoli, magari timidi ed impacciati, eppure capaci di esprimere le proprie idee e la propria interiorità: tutt’altro che circoscritti tra le pareti di un oratorio e di un fabbricato popolare, dotati di personalità e di spirito critico. Nel documentario è stato fatto largo uso delle interviste di una trasmissione realizzata per presentare i risultati di una delle prime inchieste sociologiche sui giovani, “Gioventù di Metà Secolo” – uno dei lavori di Radio Rai commissionati dal Ministero della Cultura e dell’Interno – ed è stata anche l’occasione per raccontare un’Italia ancora profondamente maschilista e sessista e alle prese con il tabù della fabbrica, un “oggetto-concetto” che in quegli anni spaventava una popolazione in larga parte rurale. Attraverso spezzoni di film come Gioventù Perduta (1947) di Pietro Germi, Sotto il Sole di Roma (1948) e Due Soldi di Speranza (1952) di Renato Castellani, passando per le beffarde e acute riflessioni di Eduardo De Filippo sul Piano Marshall (Monologo), i due registi approcciano alle problematiche della gioventù dell’epoca, alla ricerca di un delicato equilibrio tra sfiducia e speranza, tra promesse d’amore e ricerca del lavoro, tra la cellula tradizionale della famiglia e la fascinazione per la modernità, tra il desiderio di trasgredire per auto-affermarsi e il bisogno di valori nei quali identificarsi. Alle immagini d’archivio e ai frammenti tratti da pellicole italiane del tempo fanno da corollario, per tutta la durata del documentario, inserti radiofonici o brani di letteratura espunti dai lavori di numerosi intellettuali e le testimonianze rilasciate alla radio da giovanissimi “attori” di quei tempi, ragazzi e ragazze tra i 14 e i 20 anni, che raccontano le proprie aspirazioni, le proprie paure, il proprio senso di smarrimento. Se i passi tratti da Quando la Fantasia Ballava il Boogie di Goffredo Parise (una raccolta di quarantatré scritti saggistici tra il 1957 e il 1986 dell’autore vicentino curata da Silvio Perrella e pubblicata nel 2005) si soffermano sul desiderio di evasione e sulla progressiva americanizzazione dei costumi e del tempo libero, quelli dal romanzo Il Lavoro Culturale di Luciano Bianciardi (1957) tracciano il cambiamento che di lì a breve avrebbe stravolto il paesaggio geografico dell’Italia, con il sempre più netto contrasto tra città e campagna e il sogno della “città tutta aperta”, capace di ospitare gente da tutti i paesi e di offrire una pluralità di mestieri e di attività, una “città tutta periferia” che richiama la vicenda fondativa di città americane come Kansas City. Gli interventi alla radio del filosofo e pedagogista Ugo Redanò e del critico e teorico teatrale Silvio D’Amico fotografano lo sbandamento giovanile, tra senso di incomprensione e scarso amore per il rischio, mentre il potere magnetico del cinema sembra offrire loro la possibilità di immedesimarsi in un’esperienza vissuta rinfrancante, dal melodramma sentimentale al western americano.

Il senatore del Partito Repubblicano Italiano Giovanni Conti ed il filosofo e saggista Guido Calogero parlano dell’attrazione che sui giovani esercita la grande città vista da lontano, occasione di riscatto sociale e di stimolo culturale, di contro alla “tristezza organizzata” delle campagne che la nuova civiltà è chiamata a combattere, anche attraverso una più legittima utilizzazione del tempo libero sui cui, ad esempio, si basa il modello sociale britannico. La questione dell’integrazione e del diritto alla residenza è richiamata dai Dialoghi con Pasolini (1960-1965) nei quali l’intellettuale bolognese si scaglia contro i regimi paternalistici e le borgate, autentici campi di concentramento voluti dal Fascismo e consacrati dalla Democrazia Cristiana. Scorrono sullo schermo le immagini di Roma Ore 11 (1952) di Giuseppe De Santis – fulgido esempio di cinema neorealista ispirato ad un drammatico fatto di cronaca avvenuto a Roma l’anno prima con il crollo di una ringhiera e delle scale su cui si erano accalcate duecento ragazze della più diversa estrazione sociale per ottenere un impiego di dattilografa presso lo studio di un ragioniere – e, subito dopo, quasi a smorzare la tensione, vediamo donne nella tranquillità domestica ascoltare alla radio e sognare sulle note di “M’ama, non M’ama” nella versione del Quartetto Cetra (1949). Tre testimonianze risalenti al 1952 raccontano le storie della ventenne Laura, illusa da un provino cinematografico, della ventunenne foggiana Donatella, attratta dal mondo del cinema come occasione di riscatto sociale per poter cambiare vita e città, e del diciannovenne Giuseppe, arrivato a Roma con la speranza di sfruttare la propria capacità oratoria per ottenere una qualche raccomandazione o per fare le giuste conoscenze nella “città dei ministeri” (“bisogna essere filibustieri per combinare”). Intanto, attraverso le intense pagine di La Lente Scura. Scritti di Viaggio di Anna Maria Ortese (1991, a cura di Luca Clerici, che raccoglie tutti gli scritti di viaggio originariamente usciti su varie testate tra il 1939 e il 1964 e sedici reportage mai raccolti prima in volume), riviviamo uno dei più grandi fenomeni di coinvolgimento collettivo nell’Italia di quegli anni, il Giro d’Italia con i suoi leggendari campioni e le sue ardite sfide. La passione per la musica americana, soprattutto per il blues di Saint Louis e per le sonorità del delta del Mississippi, traspare dallo spezzone del cortometraggio di Valerio Zurlini, Il Blues della Domenica Sera (1951), che documenta la nascita e l’attività della Roman New Orleans Jazz Band. Altre testimonianze di tre ragazzi diciassettenni raccolte nel 1954 esprimono con lucidità le aspirazioni di quella generazione: una ragazza sogna di diventare istitutrice di un collegio per fanciulle, ma in fondo sa che sposarsi e costruire una famiglia sarà il suo destino; un ragazzo non nutre particolari aspettative, ha una famiglia modesta con genitori operai e sa che probabilmente non potrà andare all’università; un suo coetaneo aspira con un pizzico di cinismo a diventare medico chirurgo per guadagnare tanti soldi ma anche perché, è risaputo, un chirurgo può tornare utile ai nemici in un’eventuale guerra; una giovane vorrebbe studiare, imparare e viaggiare tutta la vita, considera il lavoro una perdita di tempo, ma conviene che per una donna l’avvenire più bello sia crearsi una famiglia. Da un’intervista rilasciata a Lorenzo Codelli per la rivista francese “Positif”, sentiamo Dino Risi parlare del suo Poveri ma Belli (1957) come di un “aggiornamento del cinema neorealista, una transizione verso la società del benessere” e raccontare di come la pellicola, inizialmente ben accolta da tutti, fosse poi stata attaccata in un secondo momento. Alcuni quindicenni del 1955 parlano delle qualità che un giovane deve possedere per farsi strada nella vita, da uno spirito fiero e dalla giusta dose di sfrontatezza ad un maggiore equilibrio tra istanze cristiane e stimoli moderni, fino alla volontà di evadere nelle tentazioni della vita mondana a scapito della morale cattolica.

Lo statistico Guglielmo Tagliacarne traccia alla radio l’identikit del ragazzo tipo degli anni Cinquanta, mentre scorrono sullo schermo immagini di attività fisiche e sportive, primi segni di una maggiore attenzione al proprio corpo, alla moda, all’estetica. La fiducia nella scienza come “espressione più completa della responsabilità umana e la base della nostra vita di domani” – parole di una diciassettenne del 1957 affascinata dal lancio dei satelliti – echeggia da vicino il disamore per la politica che, nelle parole di un diciassettenne del 1956, diventa “indignazione per l’invasione russa in Ungheria e per la scandalosa politica anti-comunista del governo italiano. Gli uomini non sanno reggersi in modo autonomo, subiscono l’influenza del più potente. Dopo la satira politico-fantascientifica del breve racconto Un Marziano a Roma (1954) di Ennio Flaiano, spezzoni dai film Marisa la Civetta di Mauro Bolognini (1957) e Lazzarella (1957) di Carlo Ludovico Bragaglia, insieme a passi tratti da La Vita è Danza di Alberto Moravia (da Nuovi Racconti Romani, 1954-1959), accompagnano un intervento radiofonico del 1957 del giornalista e scrittore Giuseppe Prezzolini sull’ondata di benessere che attraversava l’Italia, con una popolazione viva e pronta al meglio. Lo sgretolamento dei valori familiari tradizionali e le nuove prospettive che si aprono davanti ai giovani sono al centro dell’intervento radiofonico (1958) del giurista e storico Arturo Carlo Jemolo, per il quale il figlio non è più il continuatore dell’attività e della scala di valori del padre e gli unici elementi unificanti tra generazioni diverse sono diventati l’utilitaria, la partita di calcio e la televisione, mentre in La Colpa non è dei Teddy Boys (articolo del 1959 apparso sulle pagine di Vie Nuove) Pier Paolo Pasolini analizza le differenze sociali, morali e culturali tra i giovani dell’Italia Settentrionale e Meridionale. La città che va al lavoro e la routine dell’impiego quotidiano sono mirabilmente descritte nel racconto Silenzio a Milano di Anna Maria Ortese (1958), mentre I Ragazzi dei Parioli di Sergio Corbucci (1959) è uno spaccato sulle differenze di classe e su certa superficialità e disimpegno del mondo giovanile. Chiude il documentario una riflessione di Italo Calvino, tratta da un articolo apparso su Repubblica nel 1983, La Belle Époque Inaspettata: “La mia generazione è stata una bella generazione, anche se non ha fatto tutto quello che avrebbe potuto. Certo, per noi, per anni la politica ha avuto un’importanza magari esagerata, mentre la vita è fatta di tante altre cose. Ma questa passione civile ha dato un’ossatura alla nostra formazione culturale. Tra i giovani che sono venuti su dopo di noi negli ultimi anni, in Italia, i migliori ne sanno più di noi, ma sono tutti più teorici, hanno una passione ideologica tutta fatta sui libri; noi avevamo per prima cosa una passione a operare, e questo non vuol dire essere più superficiali, anzi”.

La miscela tra le immagini di archivio, le parole degli intellettuali e i documenti radiofonici, assemblata magistralmente in fase di montaggio da Chiara Ronchini, si rivela estremamente suggestiva ed efficace, proprio anche per il suo non affidarsi a voci fuori campo che avrebbero potuto intaccarne la fluidità e stemperarne la portata evocativa. Le immagini restano così il principale mezzo narrativo e fanno da contrappunto logico alle parole dei giovani testimoni e degli scrittori, filosofi, critici, giuristi, storici di vario orientamento – cattolico, comunista, socialista, liberale – che con le loro riflessioni costituiscono il tracciato filosofico e storiografico della narrazione. Attraverso l’utilizzo di media e di format diversi, dalla radio al cinema, dall’inchiesta sociologica all’intervista radiofonica, dal passo di letteratura recitato allo spezzone musicale, i due autori restituiscono un senso molto attuale all’archivio e ricostruiscono un linguaggio più denso e complesso rispetto a quello codificato e standard dei repertori degli anni Cinquanta. Tutto questo fa del documentario un lavoro da vedere per conoscere meglio una parte importante della storia del nostro Paese e, in fondo, per “conoscerci” meglio attraverso il racconto della generazione che ci ha preceduto.