#TFF36 – Due Onde: Dream of a City e Les grands squelettes

Percepire, restituire, riconfigurare il tempo dell’immagine. Il cinema del nuovo millennio parla sempre più “attraverso” i suoi supporti, i suoi formati, evadendo dal dispositivo e dialogando con ogni nuova immagine. Ecco: la sezione Onde del TFF è tradizionalmente alla ricerca di nuove forme che possano testimoniare una memoria privata o collettiva e nel contempo gettare uno sguardo sul futuro del cinema. Proprio come in Dream of a City di Manfred Kirchheimer e in Les grands squelettes di Philippe Ramos. Iniziamo da una suggestione: la più famosa fotografia di New York, Lunch atop a Skyscraper (1932) – simbolo della modernità novecentesca che si estende verticalmente, a differenza dell’età della conquista orizzontale degli spazi (il West) nei due secoli precedenti – è come l’eterno fuori campo di questo film. Sì perché rimontando immagini riprese dal 1958 al 1960 (l’anno dell’elezione di John Kennedy a Presidente, quindi anno del “dream” per eccellenza) e accompagnandole con un tappeto sonoro di celebri musiche del passato (da Debussy a Šostakovič, sino ad arrivare a Frank Sinatra) si tenta proprio di restituire un tempo alle immagini attraverso una forte mediazione estetica. La sinfonia di una città: i cantieri al lavoro, gli operai, la danza delle gru con l’Empire State Building in profondità di campo, infine gli sguardi dei bambini e quelli degli uccelli appena nati… tutto in questo film tende verso l’ascesa verso il cielo di un Mito moderno. New York. Ed è proprio la pellicola in 16 mm, con quel bianco e nero poroso, a storicizzare l’immagine donando una nuova “aura” alla nostra esperienza di visione. Certo l’operazione contemporanea di Kirchheimer è molto cerebrale, memore delle epocali sinfonie di Ruttmann o Vertov, memore anche degli Skyline newyorkesi di Allen o Scorsese… ma proprio questa memoria del medium così esibita diventa il tratto più interessante del film. Perché è letteralmente la costruzione del sogno di una città che fluisce sotto i nostri occhi, ossia il suo skyline con cui ci saremmo confrontati nei successivi 50 anni di cinema sino al trauma dell’11 settembre 2001. E poi?

In Les grands squelettes sono le immagini attuali, del 2018, ad avere bisogno di tempo per essere (com)prese da un sentimento. Philippe Ramos – sul solco di Chris Marker, ma anche dell’ultimo Godard – usa il freeze-frame mettendolo costantemente in dialettica con l’immagine in movimento, quindi cristallizzando il tempo della visione e nel contempo facendo fluire quello dei sentimenti. Ogni frame bloccato ha un mondo emotivo potenzialmente estendibile all’infinito e catturato nei dettagli e nei corpi che abitano gli spazi, creando poi “il cinema” nel tempo di quel singolo giorno a Parigi. Ancora una sinfonia umana (e cittadina) dove una miriade di persone/personaggi sussurrano la loro vita amorosa, i loro pensieri, dando voce agli echi degli oggetti sfiorati dai loro sentimenti. Tra Il cielo sopra Berlino e La Jetée il film schiude un coltissimo archivio di forme novecentesche, ma segna anche un sentito desiderio di riformulare le stesse. E non a caso il primo piano che coagula tutti i volti “sognando insieme a noi” è ancora una volta quello di Denis Lavant, sempre più automa spirituale che cammina per Parigi come un novello flâneur montando storie e alludendo al cinema come motore sacro da ritrovare solo nella bellezza del gesto. Insomma: queste due onde-sinfonie, tra New York e Parigi, instaurano un rapporto quasi originario con le immagini: il cinema è ancora lì fuori, dietro ogni finestra, in attesa di uno sguardo che gli conceda ancora il giusto tempo.