#TFF36 – Marche ou crève, di Margaux Bonhomme

La storia di Elisa, un’adolescente che si trova ad affrontare la disabilità della sorella Manon, insieme al padre interpretato da Cedric Kahn.

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BANDO BORSE DI STUDIO IN CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING

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La sorella di Elisa (Diane Rouxel), Manon (Jeanne Cohendy), è affetta da una grave disabilità ed ha bisogno di cure ed assistenza continue. Il compito di occuparsene ricade sul padre François (Cedric Kahn) e sulla ragazza stessa, che è soltanto un adolescente, dopo che la madre, stanca dopo vent’anni passati ad accudire la figlia, ha abbandonato il tetto coniugale, per il rifiuto del marito di collocare la figlia in un centro specializzato. Margaux Bonhomme costruisce un ritratto spietato sulla difficoltà di affrontare un handicap ed i problemi e le ricadute che ricadono sulle famiglie chiamate a confrontarsi con le sue drammatiche conseguenze.

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Le violente crisi a cui è soggetta Manon sono la dimostrazione del continuo stato di allerta, dell’attenzione costante da prestare, che non conosce tregua alcuna, e impedisce di coltivare illusioni su una qualche soluzione per cambiare lo stato delle cose, impedisce di pensare al presente ed al futuro. L’encomiabile senso di responsabilità di Elisa, che pure avrebbe da impegnarsi nello studio, dove fa segnare dei ritardi di percorso, e del padre, anche lui chiamato ad affrontare una complicata situazione lavorativa, sono insufficienti ad arginare l’enormità della missione, e lascia l’impressione di essere alle prese con una parete troppo alta e ripida da scalare. Ed apre un interrogativo devastante, che il sacrificio umano sia un prezzo così alto da pagare e comprenda la perdita della propria stessa identità.

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La diciassettene Elisa è in una fase della vita di norma associata alla possibilità di poter derogare le scelte, guardare con occhi pieni di speranza all’avvenire, mentre alla protagonista tutto questo è negato. Il progredire della storia per la ragazza è un crescendo verso l’insostenibile, e questo peso eccessivo si formalizza in una sempre più pericolosa perdita di lucidità, che compromette la sua incolumità ed anche quella della incolpevole sorella. Uno straordinario Cedric Kahn interpreta invece il ruolo del padre disposto a non arrendersi, che diversamente dalla figlia ha le spalle abbastanza larghe per non cedere allo sconforto, ma mostra i suoi limiti nell’amore sconfinato e paga la consapevolezza dell’inaccettabile, come Jeanne Cohendy è straordinaria nel rappresentare una ragazza affetta da una malattia così debilitante.

L’opera prima nella regia di Margaux Bonhomme anche se con qualche eccesso di scrittura, poggia su una struttura molto solida e sul tema delle famiglie alle prese con la disabiltà riesce a trasmettere un quadro potente e desolante, tracciato sopra un argomento impossibile da dirimere. Lucidissima a mantenere uno sguardo distaccato senza perdere di empatia, riesce ad essere coinvolgente pur convinta che in caso di immedesimazione le uniche risposte siano nascoste dentro di noi, ed appartengono a quelle questioni che, continuamente rimandate, un giorno arriveranno per saldare il conto.

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