#TFF36 – Nervous Translation, di Shireen Seno

Le Filippine nel 1987 furono un periodo instabile: Ferdinand Marcos, dopo tre mandati consecutivi come Presidente della Repubblica, era fuorigioco, e la nazione stava cercando di adattarsi alle conseguenze della rivoluzione del potere popolare. Questo è lo sfondo di Nervous Translation, ma questi eventi vengono ascoltati solo obliquamente in frammenti di notizie sentite alla radio o alla televisione. L’orbita circoscritta del film è quella di Yael (Jana Agoncillo), una ragazzina ossessiva che si attacca scrupolosamente alla routine quotidiana, dal pulire le scarpe nel momento in cui torna a casa, alla telefonata con il compagno di scuola per svolgere i compiti di matematica. Un amore per la precisione che ha ereditato da sua madre Val (Angge Santos), arrivata a  strappare a Yael i pochi capelli grigi sulla testa per annotarne la quantità in un taccuino. Questi sono i rari momenti in cui madre e figlia hanno un legame fisico. Per il resto nessun caloroso saluto, nessuna parola d’amore, nessuna espressione di gioia. Il padre di Yael vive e lavora in Arabia Saudita, e Val deve supplire con un mangianastri al desiderio di abbracciare suo marito, che le manda periodicamente delle cassette registrate che, di nascosto da sua madre ascolta anche la figlia.

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Nella Manila degli anni ’80 la vita di Yael è un pezzo di memoria immaginaria: Shireen Seno, regista e sceneggiatore del film, evoca un tempo e un posto che non ha mai conosciuto,  e mantiene l’attenzione sul mondo creato appositamente dalla piccola protagonista, sul quale essa può esercitare un controllo. Un universo che viene contrapposto a quello degli adulti pieno di dinamiche difficili da comprendere per una bambina solitaria che percepisce più del dovuto. Crescendo in solitudine, senza guida attiva da parte della madre, Yael spia la realtà dal suo ambiente ermetico, con una finestra affacciata sopra le soap opera che vede in TV e le forniscono un simulacro artificiale delle relazioni umane.

Il rapporto compulsivo con una tecnologia d’avanguardia per i tempi provoca una faglia generazionale, dall’approccio alle ricadute di senso nel quotidiano, che si inserisce nel percorso di crescita con la consapevolezza di trovarsi davanti una tabula rasa, e dai difficili discorsi familiari, dall’uragano che occupa l’ultima parte del film, così come dal terremoto politico che seguì alla caduta del regime, arriva un surplus di informazioni allegoriche che conferma l’inevitabile cambiamento. Un futuro descritto come distopico, lungi dall’imperfezione del nuovo, forse letto con una lente di pessimismo contemporanea, spogliata dell’entusiasmo degli albori, che a disastro avvenuto a vantaggio del disumano, sottolinea soprattutto il lato ipnotico e subliminale, e l’enorme potere racchiuso all’interno del mezzo.