#TFF36 – O termòmetro de Galileu, di Teresa Villaverde

Tra le cose che Tonino De Bernardi dice e racconta c’è un momento in cui, in apparente solitudine davanti alla macchina da presa della regista e amica portoghese, confessa più o meno che la scrittura appartiene alla intima ricerca di se stessi, mentre il cinema consente di ricercare se stessi al di fuori di sé. Questi due movimenti di introflessione e di estroflessione, sintesi della riflessione di di De Bernardi, ci pare possano perfettamente definire le due differenti discipline che appartengono alla forma espressiva di ogni regista e di ogni persona che utilizzi l’immagine come esito della scrittura, con i rispettivi e ulteriori movimenti di avvicinamento e allontanamento come accade in ogni campo magnetico che si rispetti. Ma soprattutto, ci pare che tutto questo appartenga di diritto anche al mondo poetico di Tonino De Bernardi e che Teresa Villaverde abbia riversato, con l’arte sapiente di una narratrice, tutto questo mondo nel film, assorbendo le sue immagini, non solo i fatti, ma quella evanescente forma di relazione umana che sono i sentimenti.
O termometro de Galileu diventa un lungo film/intervista/confessione/taccuino di appunti che Teresa Villaverde gira, senza apparente consecutio nella casa di Tonino De Bernardi a Casalborgone nell’hinterland di Torino. La macchina da presa della regista portoghese costruisce lunghi brani di girato nel rispetto di una sorta di intimità, che costituisce la naturale messa in scena in casi del genere, ma che appartiene necessariamente alle dinamiche di interazione tra la fonte della ripresa e il suo soggetto/oggetto.

La vita della famiglia De Bernardi non si interrompe, non si modifica per la presenza di un oggetto così ingombrante, ma usuale in quelle stanze, ma subisce delle lievi alterazioni, subisce il piacere e il naturale imbarazzo che la situazione determina. È questo il dato di rilievo di un film che proprio in questa prospettiva si fa amare. Le immagini del film sanno trovare i picchi di una sincerità assoluta, di una forza espressiva precisa ed efficace per raccontare il passato, il presente e sapere conoscere del futuro, legando questa condizione umana con i sentimenti espressi e inespressi che aleggiano durante le lunghe sequenze del film. Tutto questo si fa teoria del racconto diaristico e grammatica di quello cinematografico, per la ricchezza di sfaccettature che l’immagine raccoglie nella escavazione di una poliedrica realtà che diventa qualcosa di più e di diverso da un semplice universo familiare. Certo, Tonino De Bernardi e sua moglie Mariella raccontano commossi del loro passato, il nonno suicida, l’amica veneta buona e disponibile morta pazza di dolore e di solitudine dopo la scomparsa del marito, il loro arrivo in quella casa e i racconti di una Elettra, girata molti addietro per la RAI, con cui il regista piemontese seppe trasportare in RAI il suo cinema underground, frutto della scoperta della cultura americana degli anni ‘70. Un film che resta un omaggio al suo piccolo pezzo di Piemonte avendo scelto, all’epoca, nell’ottica del cinema di una costante sperimentazione, come attori i suoi stessi compaesani.
Ma tutto questo non è ancora tutto.

Queste parole, purtroppo, non possono restituire l’emozione delle immagini che si colorano dei racconti, delle frasi smozzicate, dei silenzi che inevitabilmente la macchina da presa registra e che fanno di O termometro de Galileu un racconto dovizioso non solo di emozioni, ma anche di quella cultura sotterranea che per anni ha alimentato il cinema di De Bernardi. Teresa Villaverde, così assorbita dalla sua macchina da presa, gira con estremo rispetto e con grazia esemplare tra le stanze di casa De Bernardi e il suo film, in cui sembra sparire l’ossessione per ogni logicità temporale e per ogni successione narrativa, entra nel vivo delle relazioni familiari, i nipoti, il loro rapporto affettivo con i nonni, la poesia, Pasolini, Ginsberg, Franco Arminio, le tragedie greche come summa della condizione umana alla ricerca del mito eroico e il cinema che resta nella vita del suo protagonista, diventando oggetto di trasmissione personale e familiare oltre che rappresentazione di sé nel mondo esteriore, secondo la logica stringente delle parole già riportate, dello stesso regista piemontese.

In questa prospettiva il film di Teresa Villaverde assume quel caratteristico sapore di film intimo, indissolubilmente legato alla vicenda umana e artistica del suo protagonista e tutto sembra definirlo, pur sapendo che non è possibile, forse, riassumere una vita in poco più di 100 minuti. Eppure le immagini della regista sanno essere straordinariamente condensate, riuscendo ad estrarre ogni minuscolo splendore di quanto l’umanità di De Bernardi sa raccontare. Sembra che basti poco per riuscire in questo difficile percorso e sembra a volte che il cinema, soprattutto questo cinema, possa essere girato anche con la mano sinistra, poiché l’interesse maggiore non è l’immagine, ma il soggetto. Forse in qualche occasione questa resta una verità, magari parziale, ma non in questo caso in cui il progetto dell’autrice portoghese, parte da premesse precise che non sono quelle di narrare il quotidiano, che diventa incidentale, ma di entrare il più possibile nei sentimenti, nei legami sotterranei con la terra e con le persone. Ma qui le immagini della Villaverde sono invece raffinate, ricercate e con cura si concentrano sui dettagli, soprattutto negli a tu per tu con Tonino De Bernardi, il cui volto viene inquadrato e diventa pienamente visibile solo a metà della sequenza, soffermandosi il suo sguardo altrove, sul maglione di lana grossa, sulle braccia e sui dettagli di un corpo che la stessa macchina da presa sembra scrutare con la dovuta attenzione e la carica di umana sensibilità che irretisce l’intera operazione.
Poi ad un certo punto la macchina da presa diventa un ingombro e perfino un uomo di cinema come De Bernardi la subisce. Deve parlare di cose intime, di una persona e basta un piccolo gesto per interrompere la sequenza, il filo dei pensieri, per escluderci definitivamente da quel mondo.