#TFF36 – Temporada, di André Novais Oliveira

Quando viene assunta dalla squadra anticontagio del Comune di Contagem, nella regione metropolitana di Belo Horizonte, l’esistenza di Juliana subisce una trasformazione. Il lavoro consiste nel rilevare e contenere i possibili focolai di diffusione delle zanzare, che funzionano da vettore nel trasmettere la malattia una volta punte le persone infette, recandosi casa per casa per effettuare un controllo dell’ambiente, cortili e quanto altro costituiscano l’habitat ideale per un deposito di uova. L’arrivo in città dalla provincia costringe le donna ad abbandonare le vecchie abitudini e soprattutto un marito, che dovrebbe raggiungerla nella nuova destinazione, ma che invece approfitta dell’occasione per sparire e confermare la presenza di una crisi matrimoniale che si trascina dopo un’imprevista interruzione di gravidanza ed ha minato la loro vita di coppia.

Temporada di André Novais Oliveira mostra i progressi graduali nell’immaginare e costruire il futuro di una persona con dei tempi piuttosto realistici, rinunciando ad uno schema narrativo prestabilito, descrive quanto accade nel giro di un mese, un intervallo piuttosto minimo, che può però dilatarsi ampiamente se coicide con l’inizio di una nuova avventura e la preoccupazione figlia dell’incertezza. Quest’apertura di inedite prospettive passa principalmente dalla conoscenza dei suoi colleghi, tutti naturlamente di umili origini, e tutti costretti a svolgere un lavoro malpagato per sopravvivere. Ed un miglioramento si percepisce nel maggiore grado di confidenza che lentamente si instaura, che poi è l’opportunità per il regista per scavare nel passato dei protagonisti, raccontare le loro paure insieme ai sogni ed ai desideri, che sono sempre filtrati con una spessa lente di disillusione.

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Lo stesso disinganno responsabile probabilmente dell’assenza nella storia di una solida relazione sentimentale, tutti i personaggi infatti condividono questo destino che gli ha riservato al pari di una modesta occupazione un’incerta collocazione anche nel campo affettivo. La mancanza di un vero e proprio picco emotivo attribuisce un ritmo molto compassato alle vicende e sicuramente suggerisce la presenza di un clima lontano dagli standard occidentali, meno ansioso e forse più consapevole dell’ineluttabile. I tanti motivi di pessimismo, dalla povertà endemica al rischio di un’epidemia mortale, all’assenza di una solida struttura familiare, vengono trasformati dal regista in un percorso che pian piano diventa visibile e seppure lascia intendere quasi un’incidenza indiretta sugli eventi, comunque inevitabili, proprio in questo carattere di inafferabile autonomia trova le motivazioni che serviranno per ripartire.