#TFF36 – The Unthinkable, di Crazy Pictures

C’è stato un momento, nelle battute iniziali di The Unthinkable, in cui si è seriamente creduto che il film potesse avere dei vaghi rimandi all’Ingmar Bergman di Fanny e Alexander.
A film finito si può tranquillamente (e sportivamente) ammettere che mai vi fu intuizione meno azzeccata.
Ma sbagliare è umano, soprattutto di fronte a casi come questo lungometraggio, firmato da un collettivo di YouTuber svedesi – i Crazy Pictures – che riescono nell’impresa di produrre un thriller catastrofista attingendo ad una campagna di crowdfunding.
Alex è un ragazzino insicuro con alle spalle un padre rude ed autoritario. E per cercare di giustificare l’intuizione errata confidata poco sopra, si potrebbe dire che la prima parte del film sembrava vertere proprio su questioni di incomunicabilità tra figlio e genitore, accentuata da un sottotesto che pareva indicare la musica come unica possibilità di emancipazione per il ragazzo (ed in Fanny e Alexander era fortissimo il rapporto arte-vita dei personaggi).
Se non fosse che un tanto ben scritto primo atto, il quale poggiandosi su una attenta analisi degli scenari socio-politici europei giocava sulle paure di questi tempi per costruire una trama coinvolgente, ad un certo punto della sinossi si tramutava in un organismo schizofrenico. The Unthinkable

Perché la lucidità di scrittura con cui erano stati presentati i personaggi, in un momento cedono al peso delle bombe che iniziano a distruggere la Stoccolma in cui è ambientato il film.
Perché da un certo momento in poi, oltre alle stranezze di cui i protagonisti sono vittime (uccelli che cadono stecchiti dal cielo, corrente elettrica saltata in tutta la nazione), si aggiunge per lo spettatore anche l’incredulità di veder gettata alle ortiche tanta attenzione nell’elaborare la storia, in nome di una spasmodica esibizione di (ben riusciti) effetti speciali.

Ciò che in The Unthinkable poteva essere riflessione sul presente, sul cinismo che serpeggia tra gli esseri umani, sulla incapacità di trasmettere le proprie emozioni, ma anche condanna a questa rinnovata strategia politica del terrore, viene invece preferito ad una epicità vuota, ad una gara a chi immagina la catastrofe più incredibile. Con il solo effetto di scaturire a fasi alterne momenti di lodevole pathos narrativo ad altri di caduta nel ridicolo involontario. 

Talmente tanto grasse sarebbero le risate che usciti dalla sala ci si dimentica l’impresa di aver raccolto milioni di euro per fare un film, o anche di aver immaginato, all’inizio, una rilettura di Bergman.
The Unthinkable? No, unbelievable.