#TFF36 – Tyrel, di Sebastián Silva

Tyrel o Tyler? L’ordine dei fattori non altera il risultato. Si tratta sempre della stessa persona, di un corpo cinematografico diluito nella voce degli altri, che si ripiega ma non perde mai la sua sostanza. Certamente non è un nome a caso, ma neanche l’unica quadratura possibile di una storia. Tyrel vuol dire un punto di vista, la scelta del regista cileno Sebastián Silva per raccontare un fine settimana nella vita di Tyler (Jason Mitchell) che si unisce al suo amico Johnny (Christopher Abbott) in una gita al Catskills per una festa di compleanno. Una volta lì si rende conto di essere l’unico ragazzo nero in mezzo a un gruppo di uomini che non conosce. Mentre la festa, l’adrenalina e l’alcol cominciano a sfuggire di mano, Tyler si sente sempre più a disagio e fuori luogo, anche se tutti provano a includerlo e farlo stare bene. Da lì in poi, ogni gioco, ogni parola, ogni battuta, ogni manifestazione di un’idea o di un principio, potrebbe diventare un motivo di sfogo, di scontro, oppure l’esplosione definitiva.

La proposta di Silva potrebbe essere scambiata per una sorta di esperimento sociologico: una macchina da presa, un weekend tra amici, una casa qualunque in mezzo al bosco e le montagne innevate dello stato di New York, la rappresentatività più palese di ogni minoranza della società americana- supremazia bianca, un ragazzo nero, un omosessuale, un latino americano – tutti costretti a condividere la stessa inquadratura, mentre provano a distruggere con gli occhi bendati una piñata con la figura di Trump. Ma la spinta di Silva, certamente ambiziosa, trova la sua forza nell’allontanarsi da quella apparente volontà antropologica, senza raggiungere una conclusione filosofica o una dichiarazione di principi, per avvicinarsi di più al racconto di un disagio individuale – che è allo stesso tempo un sentimento universale – di una tensione che cresce e si rende evidente, senza raggiungere mai il suo punto di ebollizione. 

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Come se fosse incatenata da un filo teso che minaccia di rompersi e che mantiene il suo flusso vitale proprio in questa tensione sospesa, la filmografia di Sebastian Silva è anche la promessa di una eventuale ebollizione. Una dinamica che nutre la propria mobilità nel non detto, negli sguardi disperati che cercano una sosta fuori campo, nei silenzi che allungano l’eco delle parole. Già in Affetti e dispetti (2009) e nel successivo Gatos viejos (2011) Silva si fissa nelle tensioni e l’assurdità della classe accomodata cilena, dimensione in cui è nato e cresciuto. Un mondo fatto di pregiudizi, rancori, falsi sensi d’appartenenza e contraddizioni, che lotta contro l’idea di colonialismo e dominazione europea e nordamericana ma allo stesso tempo fa tutto per assomigliarle e nascondere le propri origini. Il regista prende questo disagio quasi primitivo come punto di partenza per creare un racconto personale e visivo modulare, un in-crescendo di silenzi lunghi, risposte in ritardo e corpi fuori luogo.

Dopo l’incontro definitivo con Michael Cera e l’inizio di un periodo più sperimentale, un mix di magia, suspense e road trip movie – Magic, Magic, Crystal Fairy and the Magical Cactus – con Tyrel Silva torna alla realtà più brutale, al cult del disagio, allo sguardo ostinato su una società cinica, all’incontro quotidiano che diventa una promessa di caos. Ancora con la figura di Michael Cera come icona di un cinema entropico, catalizzatore sociale e portatore di una certa familiarità, sempre sotto l’effetto handy-cam, come se fosse la prima scena allungata di Cloverfield Facciamola finita, oppure l’anticamera di Scappa – Get Out . Ma l’apocalisse non arriva mai. La fine e l’inizio del mondo sono lì, nel presente, nelle piccole morti quotidiane, nelle battaglie che dobbiamo combattere non per sopravvivere a una grande catastrofe, ma alla sfida di condividere la nostra individualità con quella degli altri. 

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Paradossalmente, il fatto di non esplodere è ciò che lo fa brillare. Nella sua costante “passività”, Tyrel riesce a risvegliare una sorte di urgenza, una provocazione che ha a che fare non tanto col fatto di mettere insieme delle problematiche attuali come migrazione, razzismo, la politica di Trump e il futuro incerto delle minoranze negli Stati Uniti e nel mondo, ma di renderle quotidiani, vicine, ordinarie. Di farci sentire anche a noi parte del selfie ma allo stesso tempo un corpo estraneo, alieno. Di evidenziare il fatto che ormai la nostra stranezza, il nostro disagio, il senso di appartenenza, non dipende tanto di quale materia siamo fatti, della nostra condizione o sostanza, ma – proprio come nel Cinema – dal punto di vista. Dal nostro sguardo e dallo sguardo degli altri. Ecco la nostra condizione e la bellezza della proposta di Silva, che è allo stesso tempo la scelta di un’immagine, di una parola al volo o un silenzio lungo, di una handycam che non si ferma, di una foto che si scatta e rimane lì, rendendo un attimo infinito, mentre il mondo continua a muoversi.